di Carmelo Zaccaria

Siamo di nuovo ai ferri corti. La sinistra, nel suo continuo frammentarsi, con il tempo ha affinato sempre più il suo corredo genetico guarnito di sottili distinguo e disinvolte impuntature. Il conflitto esasperato, al suo interno, è diventato un’arte sopraffina, un metodo collaudato per addomesticare il pensiero, renderlo inoffensivo, offuscando non solo i suoi obiettivi, ma gli stessi suoi sentimenti.

Amarsi e dirsi addio è il refrain più frequente della sinistra, in cui prevale sempre il marchio di fabbrica della conta e della pesatura lacerante, ciò che avvenne proprio cento anni fa con la clamorosa frattura del ’21. Lo spirito della scissione permanente che Antonio Gramsci reclamava per rovesciare la subalternità della classe operaia si è trasformato in categoria opportunistica di svilimento politico. Quando c’è da litigare e spaccare il capello in quattro la sinistra molla ogni ormeggio, dissipandosi tra l’impossibile e l’imperscrutabile, finendo per essere vittima sacrificale della sua stessa ragnatela, tanto simile ai piccoli nati della vedova nera, infaustamente noti per mangiarsi tra loro. Ezio Mauro l’ha definita la dannazione della sinistra, ma anche la sua disperazione, il suo piacere masochistico dell’autodistruzione e dell’oscuramento di sé.

Sono anni che la sinistra vagola nel buio, come un fantasma sfiduciato e irrequieto, bighellonando, distrattamente, sugli argini indifesi della sua gloriosa storia di progresso e riscatto sociale. Un fantasma che si aggira nelle stanze del potere, senza mai lo scocco di un dardo, la potenza di un graffio, con il timore di essere scaraventato di sotto, disarcionato dall’opprimente senso di colpa di non saper più presidiare la zona indifesa del sistema, ma di rappresentarne spesso la parte tutelata e privilegiata.

E non accade certo per mancanza di ragioni cui valga la pena di lottare, perché tutte le ingiustizie, le precarietà, le disuguaglianze che rendevano sostanziali la spinta ideale della sinistra sono ancora incombenti. Tuttavia la fregola del confliggersi, dello scorporarsi, non fa che annientare ogni grandezza d’animo e ogni traccia morale. Alla fine prevale sempre la spocchia del perdente o quella che Nadia Urbinati definisce l’attitudine all’aristocratica supponenza, la presunzione cioè di chi crede di essere sempre dalla parte giusta. E non è solo questione di Pd.

In pochi attimi sono spuntate una serie di “eccellenze politiche”, tutte mostruosamente microscopiche, con pensatoi inappellabili e programmi evangelici, con aperture di nuovi cantieri ed improbabili connessioni con la società civile. I guai tremendi della sinistra nascono proprio dall’avvertire i bisogni indifferibili delle classi emarginate senza averle mai frequentate. Quelli che si vantano di appartenere al campo progressista dicono di stare sempre dalla parte della gente, ma ne ignorano, senza condividerne nel profondo, le loro angosce quotidiane.

Può darsi che la cultura della modernità, con i suoi riti entusiastici e degradanti, si incarni meglio nella destra a cui non è certo richiesto il fervore del riscatto e la promessa di un futuro radioso. Oggi sentiamo le nostre vite dominate, quasi stordite, dal compiacimento del presente, dove ognuno reclama il suo pezzetto di benessere e non accetta di fare un passo indietro per aspettare gli altri. Può darsi che l’Occidente non vada più a sinistra perché le istanze di cambiamento non interessano più a nessuno, tuttavia anche intercettare il disagio attraverso lacunose ricognizioni intellettuali non sembra essere poi tanto trainante.

La sinistra analizza il malessere profondo della società, lo viviseziona, ma non è più in grado di prenderlo in carico. La ribellione che era il sangue della sinistra è diventata suo antagonista. La rivolta gli si è rivoltata contro. Inoltre, dividendosi, finisce sempre per disperdere ciò che pazientemente ha seminato, e non riconoscendone l’intimo valore annunzia al mondo la sua stessa paura di vincere.

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