Acqua e carne, due facce dello stesso spreco. Secondo la Fao la siccità costa all’Italia un miliardo di euro all’anno ed è, a livello globale, la principale causa della perdita di produzione agricola, eppure si continua a impiegare questa preziosa risorsa negli allevamenti intensivi disseminati in tutta la Penisola. In questi giorni la deputata del Movimento 5 Stelle, Carmen Di Lauro, ha pubblicato un post sul blog di Beppe Grillo, ricordando come gli allevamenti intensivi siano tuttora causa di un enorme consumo di acqua. E ricordando le recenti parole del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani: “La proteina animale richiede 6 volte l’acqua della proteina vegetale, a parità di quantità”. Il legame che c’è tra lo spreco di risorsa idrica e il consumo di carne in Italia è tra gli aspetti analizzati nello studio indipendente sui costi nascosti (ambientali e sanitari) della carne realizzato per LAV (Lega Anti Vivisezione) dalla onlus Demetra, società di consulenza in ambito di ricerca scientifica sulla sostenibilità, che ilfattoquotidiano.it ha presentato in esclusiva ai suoi Sostenitori. Uno studio secondo cui per la carne di bovino si arriva a consumare fino a 8 volte il quantitativo d’acqua necessario per produrre la carne di maiale.

L’IMPRONTA IDRICA – A livello internazionale, quando si parla di impronta idrica, il riferimento scientifico è quello del Water Footprint Network (WFN), che indica un consumo di 15mila litri per ogni chilo di carne di bovino. Parliamo di ‘acqua virtuale’, che include quella utilizzata per produrre i mangimi, per l’allevamento e la fase di macellazione. Nello studio di Demetra per Lav, i consumi idrici calcolati sono molto inferiori a quelli riportati dal network: questo è dovuto al fatto che sono stati esclusi (rispetto a quanto avviene con l’indicatore ideato dallo studioso olandese Arjen Hoekstra) i contributi dell’acqua grigia, quella necessaria a diluire e depurare gli scarichi idrici di produzione e verde, ossia l’acqua piovana che non finirà nei ruscelli ma che evapora dal terreno, direttamente o indirettamente attraverso le piante. Proprio l’inclusione di queste acque nella stima del WFN, aveva attirato sul network diverse critiche. Un altro aspetto, invece, è quello del contesto specifico. Nello stimare la Water Footprint, dicono i detrattori, non si differenzia tra aree più o meno ricche d’acqua.

IL NODO DEL CONTESTO E IL CASO ITALIANO – Dunque gli allevamenti si svilupperebbero solo in aree con maggiore disponibilità. Non è un caso se i consumi riportati nella ricerca italiana, si spiega nello studio, “rappresentano i volumi di acqua consumati nel ciclo di vita della carne e non l’impatto generato sui bacini idrologici italiani”. Questo perché tali consumi non sono considerati in relazione alla disponibilità idrica locale. In pratica, un metro cubo d’acqua dolce prelevato in Sicilia non genera lo stesso stress sulle risorse idriche locali di un metro cubo d’acqua consumato in Lombardia. Quindi nel report si analizzano gli impatti, ma i potenziali costi dovuti al consumo delle risorse idriche non vengono conteggiati nel costo finale. “Sebbene – si spiega nella ricerca – il consumo di risorse idriche possa indiscutibilmente generare costi per la società”. Secondo i ricercatori “dato il maggiore stress idrico di alcune zone dell’Italia rispetto alla media europea, è giusto evidenziare che la carne di animali alimentati con colture coltivate in Italia genera probabilmente un maggior impatto sui bacini idrici rispetto alla media europea”.

IL CONSUMO DI ACQUA DIETRO QUELLO DI CARNE – Lo studio, dunque, analizza il nodo delle risorse idriche che ogni anno vengono utilizzate durante il ciclo di vita di 100 grammi di carne (di diversi tipi), facendo un confronto con l’alternativa vegetale. La carne di bovino risulta consumare tra le 6 e le 8 volte il quantitativo d’acqua necessario per produrre la carne di pollo e di maiale, rispettivamente. La differenza dei consumi tra i tipi di carne dipende principalmente dai quantitativi e dal tipo di cibo consumato dagli animali. Il grosso dei consumi, infatti, per tutti i tipi di carne, risulta essere la fase di produzione del foraggio. In particolare, l’irrigazione dei campi per la produzione di mais e frumento risulta essere il contributo principale per tutti i tipi di carne. Nei consumi totali gioca un ruolo rilevante anche l’acqua utilizzata per abbeverare e lavare gli animali in stalla, che incide per più del 30% nel caso dei maiali e per circa il 10% per bovini e polli. Dei 73 litri appositamente prelevati e consumati per il consumo di 100 grammi di carne di bovino, 9,2 sono i litri consumati dal bovino in stalla. Maiali e polli risultano bere meno in confronto: per 100 grammi di carne consumata il maiale consuma 2,9 litri e il pollo 1,1 litri. Infine, incidono in maniera trascurabile i consumi idrici nelle fasi post-macellazione, riferiti principalmente agli sprechi e ai consumi energetici.

IL CONFRONTO CON L’ALTERNATIVA – I consumi idrici per la produzione di carne sono stati confrontati con i consumi idrici per la produzione di piselli e soia. I risultati presentano un andamento leggermente diverso rispetto alle altre categorie ambientali, dove la differenza tra carne e alternativa vegetale era schiacciante e a favore di quest’ultima. Mentre la produzione di carne di bovino risulta consumare decisamente più acqua rispetto ai legumi (4 volte in più rispetto a 100 grammi di soia e 41 volte in più rispetto a 100 grammi di piselli) a parità di massa, la produzione di soia in Italia risulta consumare il 50% in più rispetto alla produzione di carne di pollo e il doppio della quantità richiesta per ottenere carne di maiale. La produzione di piselli, invece, richiede a parità di massa, l’80% in meno di acqua. Il confronto risulta più favorevole per i legumi quando l’unità funzionale è riferita all’apporto proteico: per 100 grammi di proteine prodotte, anche la soia risulta richiedere meno acqua rispetto (38 litri) a tutte le carni (dai 43 litri della carne di maiale ai 290 della carne di bovino). Anche in termini proteici, la produzione di piselli risulta essere il processo che richiede il minor consumo d’acqua (6,6 litri per ogni 100 grammi di proteine).

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