Con quasi tutta l'Italia in zona rossa e la curva dei nuovi casi che sale ancora, tra le poche aree arancioni del Paese ci sono due di quelle Regioni e l'Alto-Adige. E i numeri spiegano, ancora una volta, come intervenire per tempo produca miglioramenti significativi, come dimostra anche il caso del Bresciano dove la chiusura anticipata ha piegato la curva mentre il resto della Lombardia ancora non rallenta
A metà gennaio era toccato alla Sicilia, sei giorni più tardi era stata l’Umbria a chiudersi e 48 ore dopo la Provincia autonoma di Bolzano seguiva la stessa strada. L’1 marzo era stato il momento del Molise, dopo che 21 Comuni era già finiti in “lockdown”. Oggi con quasi tutta l’Italia in zona rossa e la curva dei nuovi casi che sale ancora, tra le poche aree arancioni del Paese ci sono due di quelle Regioni e l’Alto-Adige. E i numeri spiegano, ancora una volta, come intervenire per tempo produca miglioramenti significativi, come dimostra anche il caso del Bresciano dove la chiusura anticipata ha piegato la curva mentre il resto della Lombardia ancora non rallenta. E senza la stretta generale stabilita dall’ultimo decreto, molte delle aree che sono già passate per le zone rosse si troverebbero oggi in zona gialla, visto che tutte le province delle regioni coinvolte hanno meno di 200 casi per 100mila abitanti negli ultimi sette giorni.
Sicilia
Il 15 gennaio, alla vigilia della zona rossa, in Sicilia si contarono 1.945 nuovi casi e negli ospedali dell’isola erano ricoverate 1.403 persone e altri 210 malati erano assistiti in terapia intensiva. Dopo le due settimane di zona rossa e i successivi 15 giorni in arancione, scattata dal 18, a fine febbraio si contavano 725 ricoverati e 133 assistiti in rianimazione. Quasi un dimezzamento secco, mentre i nuovi casi sono crollati fino a scendere sotto i 500 al giorno, iniziando a risalire (come pure i sintomatici in ospedale) nei giorni precedenti al collocamento della regione in arancione dal 15 marzo in virtù del decreto Draghi che ha varato la stretta per contenere le varianti.
Umbria
È stata la prima area del Paese a provare sulla propria pelle gli effetti delle varianti e anche la più veloce a richiudere, prima con due differenti aree e poi completamente a partire dal 6 febbraio. Così l’Umbria che era arrivata ad avere quasi 500 casi al giorno e un picco di 475 ricoverati nei reparti Covid, al ritorno in zona arancione – prima rafforzato, poi ‘normale’ – non ha mai superato i 290 contagi quotidiani (fino a oggi, 17 marzo) ed è riuscita a stabilizzare i posti letto occupati nelle strutture regionali, attorno ai 400 in area medica e gli 80 in terapia intensiva.
Bolzano
Il 6 febbraio la Provincia autonoma ha deciso di auto-retrocedersi in zona rossa dall’8 e sostanzialmente non ha più abbandonato le restrizioni più pesanti, salvo decidere la riapertura di asili, materne e scuole elementari, parrucchieri e barbieri dal 15 marzo. Dopo quasi 70 giorni di chiusura, l’Alto-Adige è passato dagli 806 nuove diagnosi del giorno in cui ha stabilito di richiudere tutto all’ultima settimana in cui non ha mai superato i 200 contagi accertati nell’arco delle 24 ore. E sta anche riuscendo a svuotare i reparti, dove si è passati da quasi 260 ricoverati ai circa 150 degli ultimi giorni, mentre faticano a diminuire i posti letto occupati in terapia intensiva, che sono sempre l’ultimo parametro a flettere dopo le chiusure.
Molise
Il 28 febbraio, alla vigilia della zona rossa, il Molise aveva fatto registrare 144 nuovi casi e le strutture sanitarie erano ormai in sofferenza da settimane, con posti letto esauriti sia nei reparti che in terapia intensiva. Da giorni, la Regione aveva dovuto richiedere il trasferimento di pazienti in ospedali di Lazio e Puglia, riattivando la Cross di Pistoia, il cervellone che gestisce il trasporto nelle aree di minore sofferenza che durante la primavera 2020 aveva alleggerito il carico di malati Covid della Lombardia. Dall’1 marzo, scattata la zona rossa e iniziando a vedersi gli effetti di 21 Comuni già confinati da oltre una settimana prima, il Molise ha via via visto ridursi i nuovi contagiati, crollati a partire dal 14 marzo, due settimane dopo e ridotti a meno di 20 negli ultimi due giorni. E iniziano a vedersi anche gli effetti sui ricoverati, scesi da un picco di 105 dell’11 marzo agli attuali 90.
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