“Gli anestesisti rianimatori intensivisti sono stati ininterrottamente in prima linea in questi 12 mesi partendo peraltro da numeri pre-pandemia già insufficienti”. Antonello Giarratano, presidente designato di Siaarti (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva), riflette sull’appello in cui l’Associazione chirurghi ospedalieri ha segnalato oltre 2,5 milioni di interventi chirurgici rimandati o rinviati e screening persi. “Si tratta di un numero enorme e nei prossimi 6 mesi è destinato a crescere se non si attuerà un Piano Marshall su base nazionale e regionale per coordinare azioni per il recupero”. Nella maggioranza delle strutture ospedaliere gli ambienti destinati alla chirurgia non sono tornati a regime, in tre strutture su quattro l’attività è ridotta del 50%. Nella quasi totalità dei casi sono indisponibili per la carenza di medici anestesisti e personale infermieristico. Siamo ad un bivio storico, “se il governo sarà in grado di creare un nuovo Rinascimento per la sanità’, ne usciamo, altrimenti avremo criticità importanti per i prossimi 3 anni”.

Come si esce da questo stallo? Qual è la strategia per affrontare il post-tsunami pandemico, e recuperare le prestazioni sanitarie perse? “Non abbiamo un piano d’azione per recuperare gli interventi chirurgici persi, né gli screening”, ma su questo punto il presidente Siaarti ha delle proposte chiare, “si deve agire su tre pilastri: equilibrio salariale, implemento risorse umane, e acquisto mirato di tecnologia (e nuovi farmaci). Partendo dal primo punto, è improponibile che ci siano specialisti in sala operatoria che prendono 3.500 euro al mese, ed altri che lavorano in un centro tamponi delocalizzato che possono arrivare a prendere 24.000/27.000 euro al mese. Non voglio dire che uno fa un lavoro meno pesante (non mi permetto) ma al massimo fa lo stesso lavoro”. Secondo punto, sull’implemento delle risorse umane, “è improponibile che si chieda a chirurghi, anestesisti e infermieri magari di raddoppiare il loro lavoro a servizio del pubblico senza compenso e senza recuperi. Serve un piano che preveda l’utilizzo pieno di provvedimenti legislativi quali l’assunzione degli specializzandi di 4° e 5° anno, la costruzione in tempi rapidi dei nuovi 3500 posti di terapia intensiva”.

Infine il terzo punto altrettanto importante riguarda “le tecnologie, che possono fare la differenza, ma solo se si fanno scelte dove qualità questo significa sicurezza e accorciamento della degenza”. Tra i fattori determinanti nel ridurre i giorni di degenza – anche del 50% – in terapia intensiva e Area critica, c’è la variabile “tecnologia”, le società scientifiche dei rianimatori, chirurghi, infermieri, microbiologi, farmacologi ad altre, che non hanno scopo di lucro, dovrebbero essere coinvolti dal ministero come soggetti attivi: “Noi come Siaarti ci offriamo di contribuire ai tavoli ministeriali, il nostro obiettivo primario è dare soluzioni tecniche e organizzative condivise per il recupero delle prestazioni sanitarie perse, e per provare ad evitare sperequazioni ma anche per condividere, se ci sarà permesso, le scelte sulla qualità delle tecnologie. Vogliamo partecipare a quel processo che in sanità si chiama Health Technology Assessment, perché con la tecnologia giusta possiamo dimezzare i tempi di degenza ospedaliera che vale 3.500 euro al giorno, per un paziente in terapia intensiva”.

Se oggi più pazienti sopravvivono rispetto a 20 anni fa anche ad interventi ad alta complessità “è perché i nuovi ventilatori, i nuovi monitoraggi, procedure avanzate coma la circolazione extracorporea (ecmo), CRRT (dialisi renale continua) e tantissimo altro fanno la differenza. Per comprendere meglio il valore della tecnologia giusta in area di emergenza è necessario fare un passo indietro, nella prima fase della pandemia “ricordate le polemiche sui ventilatori provenienti dall’EST a bassa tecnologia che costavano prima della pandemia 7.000 euro e durante la pandemia sono arrivati anche a 50.000 euro? Se in emergenza pandemica trovare un qualunque ventilatore, che magari poi rendeva difficile lo “svezzamento” inteso come recupero della funzione respiratoria autonoma del paziente, poteva avere giustificazione, non avrà giustificazione adesso”. L’appello del presidente Siaarti, che intercetta quello di molte sigle di società scientifiche, è quello di essere coinvolti nei tavoli ministeriali, “perché la pianificazione del Recovery Plan, passa anche dal confronto con le società scientifiche (senza scopo di lucro)” e non nelle lontane stanze dei palazzi romani.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

AstraZeneca, l’epidemiologa Siliquini: “Lo stop è giusto, ma ora dare risposte in brevissimo tempo. Sennò i piani vaccinali sono a rischio”

next
Articolo Successivo

Brexit, i britannici in Italia prigionieri della burocrazia: ‘Lavoro, pensione, case. Rischiamo di perdere tutto per una falla informatica’

next