Fra gli effetti collaterali della campagna vaccinale in corso c’è anche la lieve penalizzazione economica, chiamata “trattenuta Brunetta”, che introduce una decurtazione dello stipendio quando il dipendente pubblico è in malattia, vale per i primi 10 giorni. Per i docenti e il personale della scuola si va da 5,47 a 8,58 euro al giorno, a seconda dell’anzianità di servizio e, quindi della retribuzione. Chi ha ottenuto l’appuntamento per la puntura in orario di lavoro deve mettersi in permesso, chi accusa indisposizione o reazione al vaccino deve mettersi in mutua. Facile ironizzare su simili quisquilie in tempi durissimi per larga parte dei lavoratori dipendenti nel settore privato, per non parlare degli autonomi, commercianti in testa: alla fine statali e para hanno mantenuto fin qui la sicurezza dello stipendio e una relativa comprensione anche quando sono scomparsi dai radar della prestazione professionale. Invece c’è da preoccuparsi.

Restando alla scuola, le stime più favorevoli alla categoria parlano di un 20% di insegnanti poco o per nulla coinvolti nelle attività di didattica a distanza, spesso colleghi di docenti – che si sono dannati l’anima per rispondere nel modo migliore alle esigenze di allievi colti quanto loro di sorpresa dalla pandemia – retribuiti con gli stessi stipendi. Hanno inciso il digital divide, l’organizzazione scolastica, la collocazione sociale delle famiglie degli allievi, le infrastrutture del territorio e chissà cos’altro ancora. Chi conosce la scuola, sa che basta un docente negativo a squalificare quel lavoro collettivo che è la condizione necessaria perché si costruiscano istruzione ed educazione.

Non sono spariti dalla scuola, lo sono solo dal lavoro, ma il danno che provocano ricade su colleghi ed allievi, proprio come durante la scuola in presenza. E i dirigenti scolastici? I garanti della qualità del servizio, della correttezza, del rispetto delle regole e di parecchio altro ancora, perché non organizzano, controllano, sorvegliano, intervengono, specie in momenti difficili come questi? Tanti lo fanno, non tutti a loro volta hanno dei dirigenti a cui dovrebbero rispondere, secondo una gerarchia di responsabilità che funziona solo in una direzione, dall’alto verso il basso: dal più alto in grado in giù, a scaricare le responsabilità su chi sta sotto. È l’Italia, la nostra incultura, l’inciviltà di chi non è mai chiamato a rispondere dell’utilità e della qualità del lavoro per cui è pagato, i dirigenti con buoni stipendi anche di più.

Ecco che tocca chiamare nuovamente in causa Brunetta e il suo “Decreto fannulloni” del 2008, quello che dinamizzava la Pubblica Amministrazione, assoggettandola a regole fintamente privatistiche e promettendo la responsabilizzazione della dirigenza con incentivi, controlli e programmazione. I dirigenti scolastici trascorrono buona parte del loro tempo a decifrare circolari che qualche funzionario in qualche angolo del ministero dirama su ogni tema, sovente più per pararsi le terga che per dare attuazione a qualche disposizione utile all’istituzione scolastica. Circolare che si sovrappone, a volte generando mostri giuridici, a quella che gli Uffici Scolastici Regionali inviano alle scuole, non si capisce se per segnalare la loro presenza o per un’effettiva necessità di fornire indicazioni.

Nel caso specifico lamentato, sarebbe bastato che, insieme alle disposizioni sulle vaccinazioni del personale scolastico, docenti inclusi, il ministero classificasse l’attività di vaccinazione come coerente con quanto previsto dall’art. 71 del “Decreto fannulloni” che recita anche: “[…] Resta fermo il trattamento più favorevole eventualmente previsto dai contratti collettivi o dalle specifiche normative di settore per le assenze per malattia dovute ad infortunio sul lavoro o a causa di servizio […]”, equiparando la vaccinazione a questa fattispecie e dando disposizioni ai dirigenti scolastici perché si comportassero di conseguenza. Invece, in mancanza dell’unica disposizione che sarebbe stata davvero utile, all’italiana ogni scuola fa repubblica, acuendo ingiustizie che per fortuna in questo caso sono risibili.

Questi sono i tempi in cui si motiva il ricorso a consulenti stranieri per il Recovery Plan con le deficienze della Pubblica Amministrazione, che non disporrebbe delle alte professionalità necessarie a presentare i programmi e i progetti all’Unione Europea con la necessaria autorevolezza e documentazione. Fra i principali responsabili dello smantellamento (a caccia di una improbabile privatizzazione) è proprio il ministro Renato Brunetta, lo stesso che si intesta oggi allegramente gli stanziamenti e i provvedimenti del governo Conte in materia.

Giornalisti e opinionisti lo stanno celebrando adeguatamente in questi giorni senza mai chiedergli conto di ciò che ha prodotto in passato alla luce di ciò che dice adesso, come mai e su quali basi ha cambiato idea così tanto da ritrovarsi oggi ad amoreggiare con i sindacati – confederali in testa – capaci tre mesi fa di indire uno sciopero generale a cui ha aderito meno del 4% dei lavoratori interessati… senza battere ciglio di fronte a un fallimento di rappresentanza così clamoroso. Sono bloccati concorsi per 400.000 posti, invece di annunciare mirabolanti riforme basterebbe che spiegasse come li porterà a compimento, magari utilizzando le scuole e le università vuote per il Covid.

La notizia di questa ritrovata armonia fra sindacati e ministro farà certamente piacere ai “fannulloni” di ogni dove, che proprio i sindacati hanno contribuito a proteggere respingendo, ancora prima di cominciare a discutere, qualunque ipotesi di riforma della Pa – forse per timore che la rendita di posizione dei suoi mandarini potesse finire. Ecco come un piccolo problema diventa la solita questione nazionale.

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