Riavvio della stagione contrattuale, che significa rinnovo dei contratti collettivi scaduti, con relativo aumento di stipendio, per più di 3 milioni di dipendenti pubblici. E la promessa che saranno superati i tetti che limitano i premi mirati a “valorizzare il merito“, il grande obiettivo mancato di tutte le riforme della pubblica amministrazione degli ultimi 30 anni. Poi la disciplina del lavoro agile, con il riconoscimento tra il resto del diritto alla disconnessione e delle fasce di reperibilità. Ma soprattutto i due aspetti cruciali per consentire la spesa delle risorse del Recovery fund: da un lato formazione e riqualificazione dei dipendenti pubblici già in servizio e valorizzazione delle loro competenze, dall’altro nuove procedure di reclutamento che tengano conto delle nuove professionalità richieste. Sono i punti principali del Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale firmato mercoledì dal premier Mario Draghi, dal ministro Renato Brunetta e dai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Nessun riferimento esplicito alle assunzioni a termine nella pa di persone “ad alta specializzazione“, strada ipotizzata ieri dal ministro per velocizzare l’iter.

L’economista di Forza Italia, che ieri aveva fatto mea culpa per il blocco del turnover e i tagli (“necessitati dalla crisi”) fatti quando era titolare della pa durante il governo Berlusconi, con questa firma chiude la stagione degli attacchi frontali ai “fannulloni”. E tiene a presentare l’accordo come la riedizione del Patto per la politica dei redditi e lo sviluppo siglato nel 1993 da Ciampi, considerato uno degli atti di nascita della concertazione: “È lo spirito di allora che bisogna recuperare e che ricordo personalmente per l’onore che ho avuto di poter dare il mio contributo come consigliere della Presidenza del Consiglio di allora. La firma di oggi assegna alla coesione sociale non una semplice ripetizione retorica, ma un valore fondante di uno Stato che si rinnova, si modernizza sul valore della persona e della partecipazione”. Venerdì saranno convocate tutte le sigle rappresentative del pubblico impiego “con l’obiettivo di avviare il negoziato in tempi brevi”.

Il punto di partenza è che tra 2018 e 2020 sono andati in pensione 300mila dipendenti pubblici e altrettanti usciranno di qui al 2024. E oggi la lunghezza dei concorsi richiede anni per rimpiazzare chi lascia. Tempi lunghissimi che sono evidentemente incompatibili con la necessità di inserire in pochi mesi ingegneri, economisti, statistici, geologi, insomma tutti i professionisti necessari per i progetti e poi la effettiva spesa delle risorse europee. Ieri Brunetta ha annunciato che il governo varerà un “decreto Pnrr” con nuove procedure per velocizzare i concorsi. Ma si sta valutando anche l’ipotesi di “consentire di avere contratti a termine di alta specializzazione e di immediata fruizione e poi lasciare alle amministrazioni e agli interessati la scelta se, dopo i cinque anni, continuare oppure no”.

Tornando al patto, il documento pubblicato sul sito del governo spiega innanzitutto che i rinnovi contrattuali “vedranno confluire l’elemento perequativo delle retribuzioni all’interno della retribuzione fondamentale”. L’aumento medio sarà di circa 107 euro. Il governo, poi, “individuerà le misure legislative utili a promuovere la contrattazione decentrata e a superare il sistema dei tetti ai trattamenti economici accessori”. Per quanto riguarda il lavoro agile, “nei futuri contratti collettivi nazionali dovrà essere definita una disciplina normativa ed economica che garantisca condizioni di lavoro trasparenti, che favorisca la produttività e l’orientamento ai risultati, conciliando le esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori con le esigenze organizzative delle pubbliche amministrazioni. Saranno quindi disciplinati aspetti di tutela dei diritti sindacali, delle relazioni sindacali e del rapporto di lavoro quali il diritto alla disconnessione, le fasce di reperibilità, il diritto alla formazione specifica, la protezione dei dati personali, il regime dei permessi e delle assenze“.

Attraverso i contratti collettivi del triennio 2019-2021 si procederà poi alla “successiva rivisitazione degli ordinamenti professionali del personale, ricorrendo a risorse aggiuntive con la legge di bilancio per il 2022 e adeguando la disciplina contrattuale ai fabbisogni di nuove professionalità e competenze“. Il Patto riconosce poi che vanno “valorizzate specifiche professionalità non dirigenziali dotate di competenze specialistiche ed estendere i sistemi di riconoscimento delle competenze acquisite negli anni, anche tramite opportune modifiche legislative”. Il Governo si impegna anche “a definire politiche formative di ampio respiro, con particolare riferimento al miglioramento delle competenze digitali e di specifiche competenze avanzate di carattere professionale. Formazione e riqualificazione assumeranno il rango di investimento strategico e non saranno più considerati come mera voce di costo” a cui dedicare peraltro poche decine di euro come avviene ora.

Nell’ambito dei nuovi contratti collettivi saranno “adeguati i sistemi di partecipazione sindacale, valorizzando gli strumenti di partecipazione organizzativa e il ruolo della contrattazione integrativa”. Infine, le parti concordano sulla necessità di implementare gli istituti di welfare contrattuale, in particolare il sostegno alla genitorialità e l’estensione al pubblico impiego di agevolazioni fiscali già riconosciute al settore privato, relative alla previdenza complementare e ai sistemi di premialità diretti al miglioramento dei servizi.

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