di Antonio Caputo

Il Presidente Sergio Mattarella, per dare soluzione alla crisi, ha incaricato Mario Draghi di formare “un governo di alto profilo, non identificato con nessuna formula politica”. Con il varo del governo molti hanno detto che si archivierebbero parole chiave di una stagione (frettolosamente?) ritenuta passata: populismo, nazionalismo, sovranismo, protezionismo, antieuropeismo sostituendole con: crescita, competenza, ripartenza, resilienza, realismo, riformismo, fiducia “da ridare agli italiani”, “a chi vuole investire in Italia”, “da creare nel rapporto tra i cittadini e le istituzioni”; nel futuro. C’è chi si limita, utopia modesta, ad augurarsi che Draghi e i suoi tecnici riescano a mettere in sicurezza le persone e il Paese, fuori dall’emergenza pandemica.

Ma qual è la natura del governo Draghi, “tecnica ” o “politica” o con entrambi gli aggettivi? Che ne è della (vecchia?) distinzione tra “destra” e “sinistra” in crisi se non (s)travolta nel passaggio tra i due governi Conte?

La questione del rapporto tra tecnica e politica e democrazia ricorre negli scritti politici di Norberto Bobbio tra il ’44 e il ’46, quando il filosofo, che può orientarci, si interrogava sulla politica “laica “del Partito d’Azione nei suoi rapporti con la tecnica. Egli affermò che la politica “laica” è una “ tecnica” e insieme una “tecnica politica”, ne L’ora dell’azione, organo del Fronte degli intellettuali. La prospettiva di Bobbio militante, esponente del Partito d’Azione, attivo nel Fronte degli intellettuali si può riassumere nella formula: “politicizzazione della tecnica” e “tecnicizzazione della politica”.

Auspicio di connessione tra politica e tecnica, intendendo per tecnica l’insieme delle norme e dei procedimenti dei saperi applicati al governo della polis e non solo e semplicemente contabilità ragionieristica. Tecnica come complesso di conoscenze intellettuali e applicate la cui scissione dalla politica produrrebbe da un lato il “politico incompetente” (il “politicantismo”, politica svolta senza cognizioni specifiche) e dall’altro il “tecnico apolitico” (l’“apoliticismo”, la tecnica che considera molesta e invadente la politica). “Politicizzazione della tecnica” antidoto all’apoliticismo e “tecnicizzazione della politica” come rimedio al “politicantismo”. Bobbio ne scrive su L’ora dell’azione (gennaio 1945), e in GL, quotidiano del Partito d’Azione (1° giugno 1945).

Nell’attacco del primo articolo – gennaio 1945 – afferma, con accento gobettiano, che la “crisi permanente” in cui versa la vita pubblica italiana trova le sue radici nella “soluzione diplomatica e non popolare del Risorgimento”, da cui è sorto lo stato italiano. Una crisi “acuita e diffusa dal fascismo” e da anni di “predicazione dottrinale di degenerato liberalismo” che hanno formato negli italiani un’idea dello stato come “un nemico che bisognava temere, o perlomeno un amico premuroso ma rovinoso da cui bisognava guardarsi”. Espressione della crisi è la separazione, se non l’incomunicabilità tra pubblico e privato, stato e individuo e, al suo interno, tra politica e tecnica.

Per il tecnico la politica è “un affare che non lo riguarda”, mentre “al politico ogni conoscenza specifica, ogni preparazione scientifica o dottrinale, che non sia volgarmente enciclopedica, appare superflua o addirittura ingombrante”. Bobbio vede nel tecnico apolitico e nel politico incompetente i personaggi principali del “dramma nazionale”, un circolo perverso nel quale “quanto più aumenta l’apoliticità dei tecnici, tanto più aumenta l’incompetenza dei politici: i due personaggi si tengono per mano e vanno di pari passo”. Il politico incompetente, anziché fondare la sua attività pubblica sui problemi tecnici particolari, la poggia “sulle sabbie mobili della competenza generica, della sensibilità per le correnti dominanti, della capacità di destreggiarsi, riduce la politica a gioco d’intrigo a sfogo d’ambizioni”.

Come Draghi si colloca rispetto al possibile processo virtuoso di tecnicizzazione della politica e di politicizzazione della tecnica auspicato da Bobbio? Il nuovo esecutivo corrisponde al mandato presidenziale di dare vita a un governo “non identificato con nessuna formula politica”? Le linee programmatiche illustrate da Mario Draghi il 17 e 18 febbraio al Senato e alla Camera sono state lette sia come un manifesto per una ‘nuova ricostruzione italiana’ di impronta tendenzialmente ‘liberalsocialista’, sia come un ‘vasto programma’ ispirato a ‘una idea di aziendalizzazione del paese’ in una sorta di berlusconismo di ritorno: il sistema Italia come un’azienda affidata a un buon padre di famiglia che rimette a posto il bilancio con un neoliberismo temperato.

Se l’alternativa è tra liberalsocialismo (sia pure annacquato) e neoliberismo (sia pure temperato) forse il dilemma rimane ancora: “Destra o sinistra?”. Alla ricerca di una politica come volontà di giustizia e non solo di Potenza (e di potere), fondata su ideali, necessari, senza i quali una piccola politica finisce per divorare se stessa. Una frase del discorso di Draghi, allievo di Federico Caffè, fa pensare: “Il ruolo dello Stato è proprio quello di redigere il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire”.

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