Ho partecipato di recente ad un dibattito con il professor Andrea Ichino, che insieme al professor Alberto Alesina (entrambi economisti dell’Università Bocconi) ha ideato e promosso il concetto di “gender tax”. Il termine sembra pericoloso perché significa il contrario di quanto suona al primo ascolto: la cosiddetta “gender tax” , infatti, non propone di tassare il “genere” ma semmai di detassarlo.

Ichino parte dal presupposto che con una pressione fiscale più bassa sul lavoro delle donne verrebbe favorita non solo la loro occupazione, ma una migliorare distribuzione del carico di lavoro all’interno della famiglia. Ecco. Il passaggio è stato talmente inaspettato che mi ha fatto saltare sulla sedia. Il presupposto che il professor Ichino ha spiegato – e questa tesi ha ormai 15 anni – è il seguente: le tradizionali dinamiche familiari sarebbero scardinate dalla detassazione del lavoro delle donne perché diventerebbe più “conveniente” far lavorare noi, al posto del “maschio di casa”. E di conseguenza i compiti interni alla famiglia sarebbero inevitabilmente suddivisi con più equità. In pratica, secondo Ichino, se la donna guadagnasse di più sarebbe l’uomo a dover fare i sacrifici che oggi lei sola si sobbarca. E in alcune famiglie forse è davvero così. Quelle in cui, come dice Michela Murgia “l’uomo ricco sono io”.

Ma il professor Ichino porta un esempio che non convince. Dice: se il lavoro della donna diventasse davvero conveniente e più remunerativo per il nucleo familiare, compiti come andare a prendere il bambino dall’asilo non sarebbero più suo appannaggio. Si sposterebbero automaticamente, per il principio dei vasi comunicanti, sull’uomo. Perché la famiglia sceglie sempre ciò che è economicamente più conveniente per la propria sopravvivenza.

Personalmente vedo almeno tre grandi problemi rispetto a questa interpretazione un po’ “naif” del nucleo familiare anno domini 2021. Un nucleo economico, mi permetterei di dire, più che familiare, del tutto scollato con il proprio passato, con le proprie radici e la storia di italianità. Un nucleo asettico, quasi, in cui l’aratro della tradizione non abbia mai attraversato l’ingresso di casa.

1. Il primo problema, quindi, è proprio la mentalità, che non si scardina così facilmente. Se in un’azienda come Telecom la classe dirigente maschile nel 2005 considerava, per più del 70 per cento, casa e figli il “luogo” adatto al ruolo della donna nella società, immaginiamoci cosa possano pensare, anche 15 anni dopo questo terribile sondaggio, gli italiani tutti. Che rispetto ai dirigenti Tim non sono laureati (lo è uno su dieci, se va bene), non vivono in grandi città, non hanno colleghe donne che stanno sfondando il tetto di cristallo con cui confrontarsi ogni giorno, anche rispondendo a “noiose” indagini di mercato.

Se l’uomo italiano, in media, pensa – magari anche segretamente, vergognandosene – che il ruolo della donna sia ancora a casa, continuerà a riproporre lo stesso stereotipo e gli stessi comportamenti. E i comportamenti, come le abitudini, sono difficilissimi da scardinare. Basti pensare che ancora oggi, tra i figli, la propensione ad aiutare i genitori nelle cose di casa è decisamente femminile: aiuta il 64,1% delle ragazze contro il 47,7% (indagine Acli). Paradossalmente, uno degli unici modi per ribaltare il problema sarebbe far esplodere il “sistema” famiglia. Un prezzo un po’ alto da pagare.

2. Il secondo problema rispetto alla gender tax è che nelle famiglie il criterio della convenienza economica non è il solo criterio che guida le scelte. Ricordo che seguendo questo ragionamento le famiglie meno abbienti dovrebbero fare meno figli, mentre le più abbienti dovrebbero proliferare maggiormente, avendo la possibilità di offrire un futuro migliore. Invece accade esattamente il contrario.

Le donne si licenziano dopo aver avuto figli, e accudire i figli rappresenta ancora motivo di autoesclusione dal mercato del lavoro. Forse lavorare converrebbe, nel medio periodo, ma le donne si licenziano perché, a parità di salario/spese per baby sitter, scelgono di stare accanto ai bambini seppure sappiano sarà difficile – una volta cresciuti i pargoli – ritrovare un lavoro.

Inoltre, sempre a proposito di economicità, tra lavoro retribuito e lavoro familiare le donne lavorano 13 ore al giorno, contro le 10,13 ore per gli uomini. Questo non accade per un principio di convenienza, ma per spirito di sacrificio. Se fossimo razionali metteremmo i puntini sulle i con molta più attenzione, e pareggeremmo subito la cosa a prescindere dal reddito.

3. Infine, il terzo gigantesco problema. Le policy sul lavoro, come ha scritto recentemente il New York Times, sono “gender neutral”, e per questo motivo, a parità di preparazione e voti nel mondo accademico, per esempio, gli uomini fanno più carriera delle donne. Il mercato del lavoro è ancora concepito come se non esistesse un genitore che si accolla più responsabilità, ma come se le responsabilità, in casa, fossero parimenti condivise. E questo penalizza le donne perché invece non è così.

E’ dimostrato, infatti, che quando le donne prendono il famoso “anno sabbatico” non pubblicano, come gli uomini, studi, articoli, elaborazioni, ma si dedicano per lo più alla famiglia. E questo non perché le donne non siano produttive: è semplicemente perché non possono fare altrimenti. La situazione, peraltro, è venuta a galla anche in Italia in questi giorni in cui non è stato prorogato il “congedo” per chi ha figli e ha bisogno di stare in isolamento fiduciario con un minorenne. Chi sta a casa con loro, prendendosi le ferie a gennaio-febbraio? Le donne. Sperando che – peraltro – questa situazione si risolva presto con il nuovo decreto Ristori.

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