“Mi chiedono in continuazione ‘quando riprendi?’, e io non so cosa rispondere. Il mio lavoro non si riprende, si costruisce. Giorno per giorno. Ora che siamo fermi da mesi vedo svanire tutte le relazioni coltivate nel corso di anni. Gli appuntamenti che avevo per il 2020 li avevo organizzati l’anno precedente. Se non rimani attiva sul campo in modo continuativo, scompari”. Carla è una guida turistica. Il nome, come tutti gli altri, è di fantasia. E’ una lavoratrice autonoma con partita Iva, categoria tra le più colpite dal blocco delle attività causa pandemia. Gli ultimi dati Istat lo mostrano con chiarezza: a luglio l’occupazione femminile è ripartita, ma solo tra le dipendenti. Tutt’altra storia per chi lavora in proprio. Soprattutto, e ancora una volta, se si tratta di donne.

Secondo Bankitalia, il 35,8% degli autonomi (la percentuale più alta tra tutte le categorie) ha visto il proprio reddito più che dimezzato a causa della pandemia. E le donne sono ancora più penalizzate perché più spesso impegnate nel settore dei servizi, che dopo essere stato affossato dal lockdown stenta a ripartire. Le professioni ricreative e culturali per esempio sono femminili all’89% e quelle della formazione al 79% (dati Istat). Ma c’è anche un altro fattore da considerare: secondo il Colap, il Coordinamento delle libere associazioni professionali che conta oltre 300mila iscritti, il 65% delle lavoratrici autonome dichiara di essere in difficoltà, in particolare in questo periodo, a conciliare figli e professione. Il Covid ha complicato un quadro già complesso: sempre l’Istat rileva che il 38,3% delle madri è costretto a modificare l’orario o altri aspetti dell’impiego per far quadrare il cerchio e la percentuale sale al 42,6% sei i figli hanno meno di 5 anni (tra gli uomini le quote si fermano a 11,9 e 12,6%).

La guida: “Da marzo agenda vuota e zero incassi” – “Poco prima che chiudessero tutto avevo l’agenda piena, da febbraio a fine maggio non avevo un giorno libero. Appuntamenti che ho dovuto poi cancellare”, dice Carla. Nei mesi scorsi il settore turistico ha subito un crollo verticale: Federalberghi segnala un calo di presenze pari al 51% nel mese di luglio e secondo Istat il 57% fra agenzie di viaggio e tour operator ha registrato un pesante calo nei guadagni. Un blocco che ha travolto le guide: “Purtroppo, la pandemia ha coinciso con il periodo di massimo lavoro, per noi. In quei mesi facciamo il 50% dell’incasso annuale. Io gli anni scorsi lavoravo tutti i giorni, tutto il giorno. Questa volta è stato un disastro. Da marzo a maggio non ho incassato nulla. In estate qualcosa in più, ma sono a meno di un terzo di quanto facevo prima”, continua Carla. Si occupa di promuovere il turismo locale, mostrando i lati nascosti delle città agli stessi cittadini che la abitano: il famoso turismo di prossimità. Consigliato da tutti perché meno rischioso in tempi di Covid, non è bastato a reintegrare le guide nelle maglie del lavoro: “Le molte iniziative gratis non ci aiutano”. L’autunno, dice, non promette bene: “Si può programmare poco o niente. Rimane l‘incognita delle scuole, che per alcune di noi, al di là delle varie specializzazioni, sono una fonte di reddito”.

“Lavoravo a tempo pieno, ora al massimo due mattine a settimana” – L’avvio dell’anno scolastico è un’ansia a due facce: come lavoratrici e come mamme. Lo sa Marta, guida turistica impegnata con i visitatori stranieri e mamma da un anno. “Avevo fatto delle scelte lavorative e personali che mi avrebbero concesso di svolgere la mia professione a tempo pieno. Ma non è stato possibile: il lockdown ha chiuso gli asili nido e ha fermato il mio lavoro. Mi sono ritrovata con la bambina a casa e nessun guadagno fino ai primi di giugno. Mio marito è tornato a lavorare in sede appena ha potuto ed è giusto sia così: lui ha la precedenza perché ha un contratto, una fonte di reddito sicura, mentre io no. Sta anche facendo due lavori per compensare la mancanza delle mie entrate”. Da giugno qualcosa è ripartito, ma a rilento. Marta parla francese e spagnolo, lingue al momento molto richieste. Però lavora soprattutto con i turisti americani e ha registrato un calo significativo. “Prima lavoravo tutti i giorni tranne uno, che mi tenevo libero per scelta. Ora una o due mattine a settimana”. In un mese, circa cinque o sei volte: “Niente. Ma mi sento una privilegiata perché lo posso fare e perché ho un marito che mi aiuta molto in casa”. I bonus sono arrivati, sia quello da 600 euro che quello da 1000. Le tasse però non sono state sospese: “Mi è andata bene perché l’anno scorso ero in maternità e ho lavorato e guadagnato meno, quindi ne avevo poche da pagare e sono andata in pari”. Rispetto al 2018, anno di attività piena, ha perso circa l’80% delle entrate. Ora che il nido riapre tira un sospiro di sollievo, ma non si sa per quanto a lungo: “Ho dovuto ridurre i giorni di frequenza per mia figlia: da cinque a tre, perché di più non possiamo permetterci. Se chiudessero di nuovo tutto, ricomincerebbe la stessa situazione di prima”.

Reinventarsi babysitter causa lockdown – Così la pensa anche Valeria, psicomotricista relazionale. Lavora con i bambini di diverse età, da uno a sette, otto anni. Collabora con le scuole: anche la sua agenda dopo la chiusura è totalmente saltata. “Ho un figlio in età da asilo e io sono un genitore unico. I miei non vivono lontano, ma entrambi hanno più di 65 anni, quindi abbiamo scelto di non vederci durante i mesi più difficili”. Impiego dimezzato: “Per fortuna ho un contratto part time indeterminato per il quale ho ottenuto la cassa integrazione e il congedo parentale straordinario. Ma tutte le altre mie attività si sono fermate. A un certo punto mi sono chiesta: ‘che risorse ho? Come posso reinventarmi?’ e ho deciso di propormi come babysitter. Molte famiglie infatti avevano il mio stesso problema: non volevano lasciare i figli ai nonni perché questi ultimi andavano tutelati”. Una soluzione temporanea, che ha funzionato: “Portavano il bambino a casa mia, così io avevo due bambini a cui badare anziché uno. Ora sto cercando di riavviare alcuni progetti, ma con la programmazione non vado oltre ottobre, è rischioso. La mia più grande paura è che le scuole richiudano ancora: se succede, a chi lascio mio figlio?”.

La musicoterapista: “Da 36 ore a 6. E ora le scuole non faranno ripartire i progetti” – Federica, come Valeria, ha lo sguardo fisso sulle prossime riaperture. Delle scuole, e non solo. Violinista ed esperta in didattica musicale e musicoterapia, è una lavoratrice autonoma che collabora con istituti scolastici e centri per disabili. Anche per lei la pandemia è stata una falce: “Con il lockdown i miei impieghi sono terminati dall’oggi al domani, e al momento non posso dire che ripartiranno. Ho guadagnato meno della metà dell’anno scorso. Il mio numero di ore settimanali è passato da 36 a sei, sette se andava bene”. Difficile svolgere le stesse attività online, spiega, perché il suo lavoro richiede presenza e contatto. La ripartenza non basterà: “Credo che la scuola darà il via solo alla didattica, senza i progetti con personale esterno. Per prudenza. Certo, si potrebbe pensare a gruppi di attività più piccoli. Ma significherebbe più ore e costi maggiori. Lo stesso vale per i centri disabili”.

La start up che connette aziende e donne che vogliono tornare al lavoro – È proprio dal buio del lockdown, però, che ha preso il via un progetto a favore del placement femminile. Alla guida due ex manager d’azienda, Ilaria Cecchini e Laura Basili. Insieme, durante i mesi in cui il mondo era chiuso in casa, hanno fondato la start up Women at Business: mette in comunicazione donne in cerca di lavoro e aziende in cerca di personale. Si rivolge, tra l’altro, a chi ha dovuto lasciare l’impiego ma vuole rientrare. Nasce proprio in risposta ai dati occupazionali femminili prima e durante la pandemia. Le donne possono iscriversi stilando un profilo professionale: sarà un algoritmo a metterle in corrispondenza con i datori di lavoro adatti. Nessuna informazione personale, il focus è solo sulle competenze: “Le nostre utenti dicono che questo è il valore del progetto. Ci scrivono: ‘Finalmente qualcuno che ci chiede cosa sappiamo fare, e non perché siamo a casa’”, raccontano le organizzatrici. Partito due mesi fa, conta più di 1500 iscritte. È un inizio, per ripartire.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

“Per le donne con figli salari costantemente più bassi. Ecco cosa fare perché nella ripresa post Covid non siano le più penalizzate”

next
Articolo Successivo

Reddito di cittadinanza, in agosto i nuclei beneficiari salgono a 1,16 milioni: su del 25%

next