Poco più di un mese fa le motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo per Gilberto Cavallini in cui la Corte d’assise di Bologna ha messo nero su bianco che quella di Bologna (2 agosto 1980) fu una strage di Stato commessa dai Nar compromessi con i servizi segreti. Ma non solo per i magistrati le indagini furono pesantemente depistate: una regola da Piazza Fontana a Ustica. Oggi il giudice per l’udienza preliminare, Alberto Gamberini, ha rinviato a giudizio l’ex Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, accusato di essere uno degli autori del massacro della stazione in cui morirono 85 persone e ne rimasero ferite oltre 200, in concorso con i Nar condannati (Ciavardini, Mambro e Fioravanti in via definitiva e Cavallini in primo grado, ndr) e con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, deceduti e ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori.

Soprannominato “la primula nera”, la figura del neofascista Bellini è anche al centro del libro inchiesta di Giovanni Vignali, “L’uomo nero e le stragi” (edito da PaperFirst). Secondo l’accusa è lui la figura centrale nel nuovo processo per scoprire esecutori, mandanti e depistatori della strage alla stazione di Bologna

A processo anche l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel, per depistaggio, e Domenico Catracchia, amministratore di condominio di immobili in via Gradoli a Roma per false informazioni al pm al fine di sviare le indagini. Tra gli imputati c’era l’ex 007 Quintino Spella morto il 13 gennaio scorso. Il processo comincerà il 16 aprile. La richiesta di rinvio a giudizio era stata avanzata dalla Procura generale di Bologna, che ha avocato a sé l’inchiesta sul filone dei mandani, rappresentata dall’avvocato generale Alberto Candi e dai sostituti pg Nicola Proto e Umberto Palma. Oltre agli imputati, l’indagine della Procura generale si era concentrata su persone che in un’aula di tribunale non potranno più comparire, perché decedute. Cioè il capo della P2 Licio Gelli, il suo braccio destro Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato, ex direttore dell’Ufficio Affari riservati del Viminale e il giornalista Mario Tedeschi, accusati, da morti, di essere le mentì, cioè mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato.

I magistrati bolognesi, che hanno coordinato le indagini di Guardia di Finanza, Digos e Ros, ritengono di aver individuato un filo nero che dal Maestro Venerabile della P2 passa dal cuore dello Stato e finisce agli estremisti di destra, passando da agenti dell’intelligence e faccendieri, assoldati per depistare le indagini. Per chi sostiene l’accusa fu la loggia massonica Propaganda 2 a organizzare e finanziare la strage. E dietro alla bomba alla stazione c’erano quattro menti nere. Gelli, Ortolani, D’Amato e Tedeschi sono considerati rispettivamente mandanti- finanziatori e mandanti – organizzatori della strage, ma sono morti da tempo. Sul banco degli imputati arriva Paolo Bellini, la “primula nera”, l’ex terrorista di Avanguardia Nazionale, ritenuto esecutore in concorso con i quattro estremisti neri già condannati: Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini. I primi tre sono stati riconosciuti colpevoli in via definitiva, il quarto solo in primo grado il 9 gennaio scorso.

La Procura generale, che nel 2017 ha avocato a sé l’indagine innescata dalla meticolosa analisi dei documenti da parte dell’Associazione 2 agosto, si prepara quindi a portare avanti un nuovo processo. Gelli era stato già condannato come depistatore dell’attentato, mentre il suo braccio destro Ortolani era stato prosciolto. Accusato di essere stato al centro degli intrighi finanziari della loggia, Ortolani era sparito per sottrarsi a due mandati di cattura internazionali. Rifugiatosi a San Paolo, il Brasile si era sempre rifiutato di arrestarlo perché cittadino brasiliano. Nel 1996, nel processo sulla loggia P2, venne assolto dall’accusa di cospirazione politica contro i poteri dello Stato. Nel 1998 la Cassazione lo ha condannato in via definitiva a 12 anni per il crac del Banco Ambrosiano. Gelli e Ortolani vengono considerati mandanti-finanziatori della strage. Il potentissimo D’Amato, ex agente anglo americano, regista delle principali trame occulte italiane, è invece accusato di essere mandante-organizzatore della bomba: uomo dei mille misteri, anche D’Amato era iscritto alla P2. Faceva parte della loggia di Gelli – tessera numero 1.643 – anche Tedeschi, storico direttore de Il Borghese e senatore del Movimento sociale: per gli inquirenti ha aiutato D’Amato nella gestione mediatica degli eventi preparatori e successivi alla strage, ma anche delle attività di depistaggio. Sono tutti morti e non processabili.

È Paolo Bellini l’uomo con i baffi e capelli ricci, che si aggirava alla stazione di Bologna poco prima della disintegrazione della sala d’aspetto, l’ultimo uomo della strage. Ex estremista nero protagonista di una vita spericolata, per la strage di Bologna era già stato indagato e prosciolto il 28 aprile del 1992: negò la sua presenza, indicata da due testimoni, in città la mattina del 2 agosto e fornì un alibi ottenendo il proscioglimento, annullato dalla giudice Francesca Zavaglia. Una revoca che era stata richiesta dalla Procura generale e legata a tre nuovi elementi raccolti. Tra questi c’è il fotogramma che compare in un filmato amatoriale Super 8 girato da un turista tedesco negli attimi immediatamente precedenti alla strage. A recuperarlo nell’archivio di Stato i difensori dei familiari delle vittime, gli avvocati Andrea Speranzoni, Giuseppe Giampaolo, Nicola Brigida e Roberto Nasci, che lo avevano poi depositato alla procura generale.

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