Giovani, ribelli, mazziniani: credevano in una libertà – di spirito, di pensiero, di parola – che a metà Ottocento era ancora un miraggio. Provarono a fare la rivoluzione con le armi ma a loro riuscì meglio con i pennelli, a partire dal gesto più rivoluzionario di tutti: aprire la porta di casa e uscire all’aperto per dipingere la realtà. All’indomani dei moti del 1848, nel Caffè di Firenze che prendeva il nome da Michelangelo gli incontri di quei pittori che seppero “dare al falso l’illusion del vero” alterarono il corso della storia dell’arte. Ma l’Italia, sospesa tra le (dis)illusioni dell’Ottocento al tramonto e l’alba del nuovo secolo, non era ancora pronta ad accogliere la loro rivoluzione: ai suoi occhi erano solo Macchiaioli, “imbrattatori” di tele incompiute, e così rimasero per decenni.

È quasi finita l’attesa per Palazzo Zabarella, la prestigiosa sede della Fondazione Bano nel cuore di Padova, pronta a riaprire i battenti della mostra I Macchiaioli. Capolavori dell’Italia che risorge: inaugurata lo scorso 24 ottobre e chiusa per pandemia dagli inizi di novembre, la riapertura è prevista per martedì 2 febbraio. Diciassette anni dopo la rassegna a loro dedicata tra il 2003 e il 2004 (I Macchiaioli. Prima dell’Impressionismo), Palazzo Zabarella torna a celebrare i “pittori della macchia” con una mostra che, come tutte quelle degli ultimi dodici mesi, si è dimostrata un vero e proprio atto di coraggio. A raccontare i pittori italiani più rivoluzionari – o più sognatori di tutti – stavolta sono “gli amici” dei Macchiaioli, quella schiera di “fiancheggiatori” lungimiranti che da dietro le quinte della Storia hanno saputo guardare oltre, al di là di quelle tele non finite agli occhi dei più, ignorate dal mercato e schernite dalla critica.

Le collezioni di questi mecenati riscattano oggi la decennale incomprensione della poetica macchiaiola: in mostra non mancano le opere raccolte da critici e letterati, come Diego Martelli, che amava vedere riuniti i “pittori della macchia” nella sua tenuta di Castiglioncello, o acquistate da artisti come il macchiaiolo Cristiano Banti, che sostenne i colleghi meno fortunati una volta raggiunto il successo. E ancora, donne colte dalla sensibilità straordinaria, collezionisti e mercanti dal fiuto eccezionale hanno saputo comprendere l’avvento della rivoluzione visiva in atto, proiettando nei circuiti internazionali la quotidianità senza retorica dei Macchiaioli, la loro pittura sottovoce nei temi ma gridata nella carica innovativa.

Le opere in mostra sono scampoli di vita sincera di un’Italia da (ri)cucire, mondo antico – nitido da lontano, incompiuto da vicino – che forse così distante da noi nel tempo non è. È vita che accade agli occhi dei Macchiaioli in tutta la sua immediatezza, palpabile nelle pennellate dense di colore e di vita che non lasciano spazio alle sfumature. Mentre sui campi di battaglia di Giovanni Fattori si accatastano i sogni agonizzanti di una nazione non ancora pronta a nascere, Silvestro Lega ritrae l’Italia altezzosa mentre fa L’elemosina alle sue regioni mendicanti; Giovanni Boldini è genio insuperato nella studiata trascuratezza dei ritratti più intimi. Sole a perdita d’occhio inonda i covoni e consuma le marine; i muri accecano come i buoi bianchi di Fattori e Giuseppe Abbati. Sembra quasi di sentire sulla pelle la bruma del mattino lungo l’Arno passeggiando insieme a Telemaco Signorini, o le voci dei contadini di ritorno a passo lento nel tramonto, gli zoccoli trascinati sulla strada sterrata. Nella “religione dei campi” le contadine hanno la dignità delle Madonne del Quattrocento, mentre l’acquaiola con la brocca sulla testa è cariatide che racconta miti pagani. Le donne, composte nelle gonne a campana che avvolgono vitini da vespa, cuciono assorte in giardino o leggono le lettere dell’amato e, civettando sotto vezzosi ombrellini, diventano poesie loro stesse.

Le bambine che fanno le signore di Lega è il ritratto di un’Italia bambina che gioca a fare la donna, nazione unita solo sulla carta che sotto il rossetto nasconde le mille fratture e ostilità fra le sue regioni. Quella di Palazzo Zabarella è la mostra di un’Italia addormentata, come I bambini colti nel sonno di Signorini: quando si risveglieranno da quel delicato torpore proveranno a cambiare il mondo e chissà se ci riusciranno davvero. Più che “capolavori dell’Italia che (ancora non) risorge” dovremmo chiamarli “capolavori del tempo sospeso”, dipinti dai Macchiaioli con i colori dell’attesa, in cui i chiaroscuri del nostro passato sono luce per i giorni futuri. Attesa di tempi migliori, di occhi nuovi in cui il mondo sarà pronto ad accettare il cambiamento apportato da questi pittori. Perché c’è un tempo per ogni cosa, ci sarà anche quello del risveglio. Macchiaioli ieri, macchiaioli oggi.

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INFO MOSTRA

I MACCHIAIOLI | Capolavori dell’Italia che risorge
2.2.2021 | 18.04.2021
Palazzo Zabarella | Padova
Giorni e orari | Mar, mer, gio: 10-18, ven: 10-19
Misure anti-Covid | Ingressi contingentati, precedenza sulla prenotazione
Prezzi | Intero 13 euro, ridotto 11, ridotto minorenni 9. Biglietto famiglia (fino a un max di 5 persone): adulti 11 euro, ragazzi 6
Info e prenotazioni | Tel. 049 87 53 100, prenotazioni@palazzozabarella.it
Web | www.zabarella.it

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