Che sapore ha il passato? Le tavole e le dispense dipinte dai grandi maestri della storia dell’arte prendono vita tra le mani di grandi chef italiani a caccia di nuovi piatti gourmet nascosti nei pantagruelici banchetti della storia dell’arte. Rimaste ricette incompiute sulla tela, da domenica 17 gennaio 2021 le silenziose nature morte dimenticate per secoli in cucina da cuochi sbadati si trasformano in menu per i palati moderni più sofisticati. Aromi e sapori – di corte o di osteria – celebrano a colpi di coltello il duello fra modernità e tradizione: una sfida originale dal mortaio al frullatore che ci fa rivalutare l’utilità del nostro timer da forno rispetto al sistema culinario medievale di far corrispondere un minuto e mezzo a un Padre Nostro.

In attesa di una riapertura che non arriva e che probabilmente sarà concessa solo ai musei nelle regioni gialle, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt non nasconde la sua cieca fiducia nel digitale per la ripartenza della cultura e lancia la nuova iniziativa social delle Gallerie fiorentine: “Uffizi da mangiare” è il format che spalancherà le finestre, almeno quelle online, del museo per cambiare l’aria alle stanze chiuse degli ultimi interminabili mesi di lockdown. Come una sorta di Masterchef dell’arte, la serie di visite “da gustare” verrà condivisa ogni domenica in forma di brevi filmati sul canale Facebook del museo [@uffizigalleries] a partire dal 17 gennaio 2021 fino a primavera inoltrata. Grandi personalità del mondo gastronomico toscano e chef stellati saranno chiamati a sostituire gli storici nelle “cucine” degli Uffizi e a lasciarsi ispirare dagli ingredienti dipinti in alcuni capolavori celebri della collezione per (re)interpretarli in diretta ai fornelli.

Dal pennello al cucchiaio, dalla tempera al burro: nell’incontro tra il cibo dipinto e quello cucinato, le opere selezionate si attualizzano in modo curioso e, mentre sfumano ai fornelli Manierismo e Barocco, l’osservatore passa dall’avidità dell’occhio nel cogliere ogni minimo dettaglio a quella della tavola. Fabio Picchi, patron de Il Cibrèo e celebre volto televisivo della cucina toscana apparso in diverse trasmissioni televisive, si cimenterà con i pesci e le aragoste nella cesta settecentesca del ragazzo dipinto da Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto (Ragazzo con la cesta di pesci e di aragoste); il noto macellaio e ristoratore di Panzano in Chianti Dario Cecchini dovrà vedersela con la dispensa secentesca del nipote di Sansovino, Jacopo Chimenti, detto l’Empoli (Dispensa con botte, selvaggina, carni e vasellame). Anche la chef stellata Valeria Piccini del ristorante Da Caino (Montemerano, Grosseto) si lascerà ispirare da un’altra natura morta del Chimenti, mentre Marco Stabile, altro chef stellato ma de L’Ora d’Aria di Firenze, interpreterà i Peperoni e uva di Giorgio De Chirico, arrivando a sfiorare la ‘metafisica del palato’. Vedremo chi si arrischierà nel confronto con le opere di Felice Casorati e Giovanna Garzoni, ma soprattutto con il celeberrimo Bacco, sperando che lo chef non scelga di usare la frutta avvizzita o le mele bacate come quelle ritratte da Caravaggio.

È possibile che quelle che i nostri antenati consideravano vere e proprie leccornie potrebbero dare il voltastomaco ai commensali di oggi, mai però, per accademici e puristi, quanto lo scatto di Chiara Ferragni che lo scorso luglio ha trascinato nell’occhio del ciclone gli Uffizi e la celebre influencer. Rimane però un dato di fatto che il selfie “incriminato” della Ferragni davanti alla Venere di Botticelli abbia costituito per il museo una ripartenza geniale – strategia voluta o meno che fosse –che ha lasciato senza parole i luminari della comunicazione: boom di visitatori e +27% di giovani al museo. E pensare che prima della pandemia gli Uffizi non avevano nemmeno la pagina Facebook. Se quindi, sempre gli stessi accademici e i puristi di cui sopra, hanno gridato alla profanazione del sacro Tempio dell’Arte ritenendo inaccettabile la contaminazione tra moda e arte e, ancora di più, tra arte e digitale, come reagiranno al (più che navigato) connubio di quest’ultima con la gastronomia? Iniziative come queste ci spingono a domandarci quale sia il limite oltre il quale non è decoroso spingersi per un museo: è lecito tutto questo o si tratta dell’ennesimo divertissement che nulla serve all’arte se non a volgarizzarla e a renderla “troppo” alla portata di tutti? O ancora, cosa è consentito fare a un museo pur di attrarre visitatori, reali o virtuali che siano? Troppi punti di domanda per un confronto (trito e ritrito ma pur sempre irrisolto) tra poli opposti: arte per un’élite esclusiva e preparata o arte che scende dal piedistallo per contagiare il mondo in nome del futuro di se stessa? Digitalizzare senza banalizzare, senza sminuire l’arte e i suoi significati più profondi, questa continua a essere la vera sfida.

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