di Vittorio De Vecchi

A tutti coloro che si sono stracciati le vesti qualche giorno fa all’apprendere che il parlamento ungherese, su iniziativa del noto autocrate Orban Viktor, ha approvato una nuova legge che definisce espressamente il matrimonio come unione tra persone di sesso diverso, vorrei ricordare che anche in Italia il matrimonio, pur non esistendo alcuna previsione di legge esplicita in tal senso, è considerato esclusivo appannaggio delle coppie etero.

Una decina d’anni fa, una coppia omosessuale impugnò il rifiuto dell’ufficiale di stato civile del comune di Venezia di procedere alla pubblicazione di matrimonio e riuscì a far approdare il caso al cospetto della Corte Costituzionale. Con la sentenza n. 138/2010 la Corte non si limitò a passare la patata bollente al Parlamento, quale organo legittimato a legiferare sul punto. Disse anche che, in sintesi, non è possibile estendere la disciplina del matrimonio alle coppie omosessuali in nome del principio costituzionale d’eguaglianza (art. 3 della Costituzione) perché “le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio”.

Stringi stringi, il vero discrimen tra l’unione omosessuale e l’unione eterosessuale è la “finalità procreativa”. E se la coppia etero non ha figli? E se la coppia di fatto ne ha? E se la coppia omosessuale ha dei figli (di uno dei due) o ne ha adottati? E le famiglie patchwork? Evidentemente tutti scenari che ancora nel 2010 la Corte Costituzionale non considerava sufficientemente rappresentativi da mettere in discussione il concetto tradizionale di “matrimonio con finalità procreativa”.

Ci sono indubbiamente ottime motivazioni tecniche per mantenere questo orientamento: è vero che è il Parlamento a fare le leggi, e non la Corte Costituzionale. E’ vero anche che i lavori preparatori dell’Assemblea Costituente non fanno alcun accenno al tema dell’omosessualità: pertanto non si può sostenere che la “società naturale” di cui parla l’art. 29 della Costituzione comprendesse anche le unioni omosessuali.

Esistono però anche innumerevoli ragioni sostanziali alla luce delle quali negare il matrimonio alla coppia omosessuale è semplicemente indifendibile, a meno di non glissare spudoratamente sul principio d’eguaglianza. Si può fare un parallelismo con la diversa tutela di cui godono uomo e donna secondo l’ordinamento: diverse disposizioni di legge tutelano la donna in maniera specifica quando si trova in maternità (o comunque in situazioni connesse alla gravidanza), non semplicemente “in quanto donna”.

Dire che il matrimonio eterosessuale è degno di tutela diversa da quello gay per via della sua finalità procreativa è come dire che una donna merita tutela diversa dall’uomo sempre, a prescindere dal fatto che sia effettivamente incinta. Sarebbe come dire che ogni donna è obbligata a prendere il congedo di maternità di cinque mesi perché in quanto donna potrebbe essere incinta. Un’assurdità totale, che però per qualche strana ragione nella contrapposizione tra coppia eterosessuale ed omosessuale viene elevata a criterio distintivo, quando invece l’unica soluzione logica e costituzionalmente accettabile sarebbe di applicare le disposizioni di legge che fanno riferimento alla procreazione quando concretamente ci sono dei figli, ma per il resto applicare il quadro normativo del matrimonio a qualsiasi coppia che lo desideri, indipendentemente dall’assortimento dei sessi.

Finché la situazione in Italia resterà invariata c’è poco da scandalizzarsi di Orban, che in fondo non fa che tener fede alla sua crociata reazionaria e omofoba. Se veramente i politici italiani la pensano diversamente, abbiano il coraggio di estendere il matrimonio a tutti, seguendo l’esempio di Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Olanda, Belgio, Norvegia, Islanda, Svezia, Finlandia, Danimarca, Irlanda, Austria, Malta (Malta!), Canada, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, Taiwan, Argentina, Colombia, Brasile, eccetera, eccetera, eccetera…

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