Fino all’ultimo momento non sapremo cosa succede con la Brexit, ed anche dopo il 31 dicembre non c’è nessuna certezza riguardo a come si svilupperanno i rapporti tra Regno Unito ed Europa Unita. Premesso che una nazione sovrana in quanto tale può cambiare idea su tutto – è infatti un suo diritto e a riprova c’è la stessa Brexit – qualsiasi accordo stipulato oggi e che in futuro verrà reputato dannoso per il Regno Unito o per la stessa Unione Europea potrà essere invalidato. Certo bisognerà fare i conti con le conseguenze di tali decisioni, e qui Brexit docet!

È così per tutti gli accordi internazionali. La storia ci insegna che le alleanze si formano e si sciolgono nel tempo. A volte questo succede di comune accordo, altre volte anche all’insaputa del partner. Il tira e molla infinito tra Londra e Bruxelles appare motivato da risentimenti personali più che da motivi politici: la prima non vuol dare a vedere che sta cedendo di fronte alle richieste dell’altra e Bruxelles vuole dare una lezione a Boris Johnson che serva da monito per chiunque pensi di seguire il suo esempio. Il risultato è pessimo dal momento che mette a nudo meschinità e piccolezze di entrambi.

L’Unione europea, che comanda un mercato di quasi mezzo miliardo di persone, potrebbe essere più magnanima e invece si ostina a trattare una nazione di poco più di 67 milioni di abitanti come una seria minaccia. Certo nel settore dei servizi finanziari Londra è sempre stata all’avanguardia, ma se è vero che il Regno Unito può rappresentare una minaccia per il mercato unico allora la teoria che l’unione fa la forza, che un mercato di quasi 500 milioni di persone è più forte di uno di 60 milioni crolla.

L’idea che Johnson trasformi Londra nella Singapore sul Tamigi e così facendo attiri i capitali europei oltre manica e che Bruxelles non possa fare nulla per evitarlo è anch’essa poco fondata. Esistono altri paradisi fiscali al mondo, anche in Europa, si pensi a Montecarlo, e l’Unione non ha stipulato con loro accordi ad hoc, ha fatto in modo che non la disturbino. Perché Londra dovrebbe far paura e Montecarlo no?

Tralasciamo la questione della pesca – l’industria ittica contribuisce per lo 0,1 per cento al Pil britannico – che naturalmente non può da sola impedire un accordo commerciale e contriamoci invece sui danni veri, quelli già esistenti. Dopo anni di negoziazioni né il Regno Unito e né l’Unione europea hanno prodotto, se non leggi, almeno procedure da seguire per quanto riguarda i movimenti di merci e di persone dal primo gennaio del 2021. A due settimane dall’uscita dall’Ue i due partner non hanno un protocollo per l’ingresso o l’uscita dal loro territorio. Con o senza accordo a gennaio avremo il caos alle frontiere e a rimetterci, almeno nel breve periodo sarà principalmente il Regno Unito.

La Gran Bretagna invia il 43 per cento delle sue esportazioni nell’Ue; Germania, Francia e Italia inviano tutte circa il 6 per cento delle loro esportazioni nel Regno Unito. La popolazione del Regno Unito è di quasi 67 milioni; quella dell’Ue è di 447 milioni. Anche senza il Regno Unito la l’Unione Europea ha un mercato unico di dimensioni paragonabili a quello degli Stati Uniti o della Cina.

Finché l’Unione europea manterrà la sua unità, i due blocchi, sebbene entrambi sovrani, non saranno mai uguali in termini di potere. Morale: vince l’Europa. Le dimensioni dei mercati, ecco ciò che dovrebbe contare in questi negoziati e quello che sicuramente conterà dopo il 31 dicembre. Questo è il motivo per cui la Gran Bretagna ha fatto una serie di dolorose concessioni negli ultimi quattro anni, in particolare accettando uno status separato per l’Irlanda del Nord, che vedrà i controlli doganali sulle merci che attraversano il Mare d’Irlanda, dividendo di fatto il Regno Unito.

A questo punto perché continuare a discutere? Il danno è fatto, e da gennaio 2021 con o senza accordo si dovrà trovare il modo di gestire il futuro dell’Europa.

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