Güiria, piccola città costiera della Stato Sucre, nord est del Venezuela, si è trasformata in uno degli scenari più drammatici dell’esodo migratorio venezuelano per mare. Di fronte al porto di Güiria si trova infatti a soli 11 km l’isola di Trinidad e Tobago (Antille olandesi), una frontiera internazionale varcata ogni giorno in modo illegale da venezuelani spinti dalla crisi umanitaria che affronta il paese.

Il 12 dicembre scorso, in questo braccio di mare, 28 persone (tra cui anche bambini) hanno perso la vita in un drammatico naufragio che ha sconvolto la regione. Questi fatti rientrano in uno scenario migratorio più ampio che vede Trinidad e Tobago come il centro di una rete di traffico di persone gestito da mafie transazionali. In Venezuela, a radice del naufragio, ben sette funzionari della Gnb (Guardia Nacional Bolivariana) sono stati arrestati per estorsione e complicità con i trafficanti: avrebbero chiesto 4500 dollari per non sequestrare la barca usata per il traffico e non denunciarne il proprietario.

Questa rotta migratoria, da sempre utilizzata per la vicinanza tra le coste venezuelane e l’isola di Trinidad e Tobago, si è trasformata in qualcosa che in Europa purtroppo consociamo bene: un Mare Mortum. Le immagini dei cadaveri che galleggiano al largo della costa venezuelana hanno scosso l’opinione pubblica internazionale, che però ben poco conosce cosa stia succedendo in questo punto dei Caraibi.

Quando pensiamo ai 5,4 milioni di venezuelani e venezuelane che hanno lasciato il paese, pensiamo alla Colombia, al Perù, all’Ecuador, agli Usa e alla Spagna: pensiamo ai caminantes, cioè alle immagini che nel 2018 ci mostravano decine di migliaia di persone che a piedi lasciavano il Venezuela. Alcuni di loro, detti retornados, sono rientrati in Venezuela negli ultimi mesi a causa delle condizioni causate dalla pandemia da Covid-19. La professoressa Claudia Vargas Ribas, dell’Universidad Simón Bolivar del Venezuela, specifica però come a fronte di 133mila retornados contabilizzati fino a novembre 2020, ci sia comunque un costante flusso in uscita (nonostante il coronavirus) che triplica questa cifra.

Se guardiamo i numeri, in effetti i dati non sono paragonabili. Di fronte ai quasi 2 milioni di venezuelani in Colombia, la piccola isola di Trinidad e Tobago contabilizza ufficialmente “solo” 24.169 venezuelani (stime non ufficiali parlano di almeno 40.000). Nonostante ciò, i dati riferiti alla migrazione nei Caraibi sono chiaramente sottostimati proprio per la porosità delle frontiere e l’impossibilità di un controllo capillare di ogni punto di accesso.

L’isola di Trinidad e Tobago conta una popolazione di 1,3 milioni di abitanti e il costante flusso migratorio dalla vicina Venezuela è visto come una vera e propria minaccia. A ragione di ciò esiste una forte restrizione migratoria per i venezuelani sull’isola, che una volta arrivati soffrono di fatto xenofobia e criminalizzazione.

In questo contesto fiorisce il traffico di persone e, come già raccontato in questo blog, l’Assemblea Nazionale venezuelana aveva reso noto a fine giugno alcuni dati relativi al fenomeno della tratta di esseri umani (per la maggior parte donne) verso Trinidad e Tobago: quasi 4000 vittime trafficate da Güiria verso l’isola dei Caraibi a partire dal 2014.

Le legge migratoria a Trinidad e Tobago è stata oggetto di forti critiche da organismi dell’Onu come Acnur per la manifesta mancanza di un approccio di diritti umani, nello specifico per quanto riguarda persone che fanno richiesta di protezione internazionale. La suddetta normativa parla di persone “illegali”, persone in situazione migratoria che sull’isola soffrono: impossibilità di fare richiesta di asilo/rifugio, molteplici violazioni dei diritti umani da parte della autorità, xenofobia istituzionalizzata, deportazioni arbitrarie (contro il principio del non-refoulement), mancanza di processi equi, prigionia in centri detentivi che violano i principi base della dignità umana, deportazione di familiari e completa discrezionalità nella gestione dei processi da parte delle autorità.

Una situazione drammatica che si manifesta nel silenzio delle istituzioni venezuelane, che non si pronunciano e non chiedono conto a Trinidad e Tobago di quello che succede in quest’isola dei Caraibi ai propri cittadini.

Il naufragio di sabato 12 dicembre non è però purtroppo il primo. Il 24 di aprile 2019, la barca “Jhonnaly José” sparisce in alto mare, 28 dispersi, solo 9 superstiti e un cadavere. Meno di un mese dopo, il 16 maggio 2019, è la barca “Ana Maria” ad essere inghiottita dal mare con il suo carico di 34 persone che risultano tutte ancora disperse. Morte o trafficate, i familiari degli scomparsi non hanno informazioni e, da soli, cercano di scoprire il destino dei propri cari.

Il Covid-19 aveva interrotto i viaggi da Güiria a Trinidad e Tobago in questo 2020 ma il naufragio di pochi giorni fa ci dimostra che la disperazione per la crisi umanitaria è più forte del coronavirus e della paura del mare.

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