Un accordo per la gestione dei rifugiati dal Venezuela. Con una dichiarazione congiunta, i governi di undici Stati sudamericani – Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Uruguay – dichiarano di voler istituire “un coordinamento regionale rispetto alla crisi migratoria dei cittadini venezuelani nella regione”. Riuniti a Quito, i Paesi firmatari hanno deciso di “continuare a lavorare in maniera individuale e cooperare, secondo il criterio opportuno per ciascun Paese, alla fornitura di assistenza umanitaria e all’accesso ai meccanismi di permanenza regolare, includendo la possibilità di processi di regolarizzazione migratoria”.

Una gestione su base volontaria, quindi, simile a quella deliberata dal Consiglio europeo di fine giugno per fronteggiare gli arrivi dall’Africa, che, pur riconoscendo la necessità di una gestione globale del fenomeno migratorio, lasciava la decisione di istituire o meno centri di prima accoglienza per migranti alla discrezionalità dei singoli Stati. Nella dichiarazione, i Paesi del Sudamerica sollecitano l’aiuto degli organismi umanitari internazionali nell’affrontare la crisi umanitaria, con la messa a disposizione di “cospicue risorse”. E si rivolgono direttamente al governo di Nicolàs Maduro, affinché “adotti le misure necessarie per fornire gli opportuni documenti di identità e di viaggio ai suoi connazionali trasferitisi all’estero”. Insomma, perché non ostacoli le migrazioni.

Ma l’erede di Chàvez non ha intenzione di assistere impotente alla fuga dal Paese dei suoi cittadini, come dimostra l’annuncio – fatto appena lunedì – del “Piano ritorno in Patria”: un ponte aereo a disposizione di quei venezuelani “che vogliono tornare alla loro terra amata”. Necessario, ha detto Maduro, anche per gli episodi di “xenofobia e discriminazione” subiti dai venezuelani emigranti in Perù, Brasile e soprattutto Colombia. E in soli due giorni, riporta il giornale peruviano El Comercio, sono già oltre 200 i profughi che si sono presentati all’ambasciata di Lima per avviare le procedure. I primi a tornare, sembra, saranno donne incinte, bambini e ammalati. “Appena arriveremo ci chiederanno di che aiuto abbiamo bisogno”, hanno dichiarato alcuni di loro.

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