Nel calendario delle feste umane che scandisce ed esalta le tappe del nostro tempo, la data del 9 dicembre 1990 è incisa sulla pietra come i cippi di frontiera. La pietra miliare di un confine epocale: è lo storico giorno in cui Lech Walesa, il baffuto elettricista leader di Solidarnosc, diventa presidente della Polonia.

Ormai è una figura emblematica, predestinata a tale onore: lo hanno insignito del Nobel per la pace nel 1986 (premio che ritira la moglie Danita giacché Lech aveva paura che non lo avrebbero fatto rientrare in patria), ha negoziato con le autorità comuniste la conclusione del cosiddetto “esperimento socialista”. Walesa è il primo capo di Stato liberamente eletto a Varsavia dopo 63 anni, il primo non comunista dopo 45 anni.

La transizione pacifica dal comunismo alla democrazia liberale seppellisce il regime e tutto avviene sotto l’egida sovietica, con la benedizione del Vaticano (grande finanziatore di Solidarnosc, grazie a capitali Usa riciclati dal Banco Ambrosiano e dallo Ior) e con l’assenso di Mikhail Gorbacev, segretario del Pcus e presidente dell’Urss: il quale, proprio due mesi prima, ad ottobre del 1990, aveva ricevuto, come Walesa, il premio Nobel per la Pace. Il primo, evidente segno del disgelo è il ritiro dell’Armata Rossa dal territorio polacco.

Con il Nobel a Gorbacev si intendeva suggellare idealmente la fine della Guerra Fredda: un anno e un mese prima era infatti caduto il Muro di Berlino. Il processo socio-politico di riunificazione delle due Germanie si era appena concluso il 3 ottobre 1990: avvenimento che contribuì non poco ad orientare la scelta del comitato che decide le assegnazioni dei Nobel. Il Natale dell’anno dopo l’Unione Sovietica si sarebbe dissolta.

Gioiva più di tutti papa Giovanni Paolo II, il polacco Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, l’occulto regista dell’emancipazione della sua terra cattolicissima, salito al soglio pontificio nella notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1978: la sua nomina fu accolta in Italia con stupore e inquietudine. Col senno di poi, si capiscono le dinamiche che portarono il Conclave a convergere i consensi cardinalizi su Wojtyla. Tutto ciò contribuisce ad alimentare grandi speranze nell’Occidente democratico e capitalista.

L’America celebrava, senza dissimulare la soddisfazione, il suo trionfo ma già l’orizzonte si oscurava per i nuovi conflitti provocati dallo sconquasso geopolitico: i Balcani in fiamme, le guerre del Golfo, il terrorismo islamico sempre più ardito e destabilizzante, l’Europa alle prese con problemi più grandi di essa, l’irrompere sulla scena economica e commerciale della Cina, senza dimenticare il ruolo esponenziale che avrà lo sviluppo travolgente ed implacabile della comunicazione (globale e illimitata) innescata dall’industria digitale.

Le ricorrenze sono talvolta feroci conti con il passato, e il tempo che scorre porta inganni ed illusioni. Siamo spesso animati da forti dialettiche critiche tra passato e presente (il tema fondante di Quarto potere del grande Orson Welles, oggi riproposto dal film Mank di David Fincher) e rischiamo di restare intrappolati dalle contaminazioni delle memorie incrociate, falsate, manipolate.

Il caso Walesa è in questo senso esemplare. La Polonia che lo votò era la stessa dei dieci milioni di aderenti a Solidarnosc, quasi un quarto della popolazione polacca, che aveva vinto la sfida con la corrotta nomenklatura comunista: operai, intellettuali, esponenti del clero cattolico, gente comune che protestava contro l’aumento dei prezzi e la chiusura dei cantieri. Il regime comunista lo ricordiamo impersonato dalla cupa figura del generale Wojciek Jaruzelski, l’uomo forte del potere, sempre corrucciato e con gli occhiali scurissimi, come quelli che portano i ciechi.

In fondo, cieca era l’ostinata resistenza dei burocrati comunisti e il generale del resto aveva duramente soffocato le proteste operaie e quelle degli intellettuali con arresti di massa e con la legge marziale (dichiarata nel dicembre del 1981). Alla fine, per quasi un anno, Jaruzelski fu presidente di transizione (1989-1990) della Polonia, mentre si mettevano a punto i laboriosi e complicati accordi, le famose Trattative della tavola rotonda attorno a cui sedevano i vertici del partito comunista e quelli di Solidarnosc.

Dunque, l’elezione liberatoria di Walesa rappresentò la fine di un incubo. Ma la musica cambia in fretta. Walesa non è consapevole che il suo ruolo è cambiato, è ormai istituzionale. Non ha il tatto necessario per mediare tra le due anime in cui si sta dividendo il Paese. Metà è ancora provinciale, conservatrice, tradizionalista, nazionalista: se vogliamo, reazionaria. L’altra metà è invece europeista, urbana, liberale, progressista e quindi si sente cosmopolita.

Walesa sostiene l’ingresso della Polonia nella Nato (che avverrà nel 1999) e nell’Unione Europea (2004). Appoggia la shock therapy economica, tanto violento è il passaggio dall’economia centralizzata e arretrata al libero mercato. Si creano subito disuguaglianze e disoccupazione, il ceto medio s’impoverisce, non ci sono paracaduti sociali in grado di tamponare la crisi. Walesa, inoltre, ha uno stile conflittuale, come se la Polonia fosse ancora e solo il “suo” Cantiere Lenin di Danzica.

Fatto sta che quando si ripresenta alle successive elezioni presidenziali, viene trombato e umiliato. Dopo la sconfitta, partecipa alla fondazione di un nuovo partito, Azione Elettorale Solidarnosc che vince le parlamentari ma lui ha un ruolo marginale, il vero leader è un altro: Marian Krzalewski. Alle terze presidenziali, quelle del 2000, Walesa raccatta un miserabile 1%. E si fa notare per gaffe insopportabili. Critica il Nobel di Obama. Insulta i migranti, se la piglia con chi governa la Polonia, assume posizioni antigay, gli omosessuali sono per Lech “malati da curare” e sarà costretto poi a rimangiarsi tali affermazioni (“sono frutto della cultura di un uomo anziano”) ma nel 2000, quando esternò le sue opinioni aveva solo 57 anni…

Nel 2013 il grande regista Andrzej Wajda realizzò un film su di lui: “L’uomo della speranza”, chiudendo il ciclo che lo aveva reso celebre con “L’uomo di marmo” e “L’uomo di ferro”. Entrambi, Wajda e Walesa, escono sconfitti. La Polonia di oggi è un Paese dove la giustizia è stata assoggettata brutalmente al regime sovranista. La democratura di Varsavia si fa beffe dello Stato di diritto. per il momento i polacchi conservano la libertà di pensare, di lavorare, di circolare, di consumare. Ma la giustizia è al guinzaglio e la gran parte dei media si è trasformata in strumenti di propaganda.

L’economia nazionalista sfrutta gli investimenti dell’Unione europea, la quale critica questa deriva illiberale ma nella realtà non agisce per mettervi fine: all’industria tedesca la Polonia fa molto comodo così com’è. Il risultato è che il governo sovranista polacco utilizza tutte le leve del potere di cui dispone (a livello esecutivo, legislativo, poliziesco e mediatico) per impedire che l’opposizione acceda alla sfera pubblica. E per azzittire personaggi carismatici come Walesa che denunciano la democrazia perduta e l’instaurazione di una dittatura o l’uscita dall’Ue perché l’attuale Polonia non ne rispetta i valori. Così, da anni, l’ex presidente è bersaglio di attacchi pesantissimi, e di accuse infamanti: essere stato un informatore della polizia segreta comunista, sotto il nome di copertura “agente Bolek”.

Una battaglia a colpi di documenti scovati tra gli archivi della Sb, i servizi comunisti, e di insinuazioni sulle presunte delazioni di Walesa negli anni Settanta, ai tempi delle lotte di cantiere. Lech smentisce, dice di essere stato vittima a suo tempo di una macchinazione infamante. Insomma, trent’anni dopo, lo sporco imbratta lo splendente cippo del 9 dicembre 1990.

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