“Il cinema deve andare ovunque”. Dice Godard. “Bisogna fare la lista dei luoghi dove non c’è ancora e farcelo arrivare”. Spiega Godard. “Se nelle fabbriche non c’è, deve andare nelle fabbriche. Se nelle università non c’è, bisogna portarcelo. Se nei bordelli non c’è, deve andare nei bordelli”. Sentenzia Godard. E questo diventa ineluttabile se a pronunciarlo è colui che non solo ha riscritto la storia del cinema, ma colui che incarna l’anima stessa del Cinema. Perché Jean-Luc Godard, oggi straordinario 90enne, va oltre l’autore pluripremiato ai festival, il decostruttore/creatore di linguaggi e narrazioni, l’icona “iconoclasta” vivente della settima arte che chiunque ne sia appassionato non può prescindere da studiarlo, amarlo (o disprezzarlo…), riflettere sulla portata sovversiva della sua visione di mondo tradotta in immagini, suoni e militanza politica di credo marxista.

Co-fondatore della mitica Nouvelle Vague, irriducibile sperimentatore, implacabile “Sessantottino”, critico “integralista fra gli integralisti” dei Cahiers du Cinéma, instancabile rivoluzionario a tutti i livelli, inesauribile funambolo del pensiero, uomo spietato capace di far soffrire mogli, amanti, colleghi (fra cui diversi amici “rinnegati”) in nome di principi e ideologie di cui è rimasto ossessionato. Godard è un gigante che non smette di reinventarsi, ovvero di ripetere se stesso all’interno del mutare della Storia. D’altra parte era lui, che a soli 20 anni, decretava che “La creazione artistica non fa che ripetere la creazione cosmogonica, non è che il doppio della storia”. Celebrare la figura e la carriera di Godard (che poi coincidono) non può dunque limitarsi a mettere in fila i titoli dei suoi innumerevoli lavori, dai ben noti lungometraggi dei ’60 – l’esordio À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro), Vivre sa vie (Questa è la mia vita), Le Mépris (Il disprezzo), Bande à part, Pierrot le fout, La Chinoise – ai successivi Ici et ailleurs (1976), Prénom Carmen (1983), Detective (1985) solo per citarne alcuni, passando per la mastodontica opera critica in video, Histoire(s) du cinéma, in 8 capitoli, fino ai recentissimi “film-saggio” Film socialisme (2010), Adieu au langage – Addio al linguaggio (2014), Le livre d’image (2018).

Infatti, l’impossibile impresa di incastrare dentro a delle parole l’ampiezza e la profondità di ciò che questo Autore (che per anni ha negato il ruolo stesso dell’autore in nome di un cinema collettivo refrattario a ogni gerarchia) ha dato al cinema e ai suoi linguaggi diviene possibile solo se si accetta di ragionare “godardianamente”. Il che significa anzitutto rispettare il suo mantra (“Mi colpisce il fatto che voi contiate su di me per formulare delle definizioni. Non so che gusto ci troviate a definire sempre tutto”), accettare le sue tautologie (“il cinema è il cinema”), le sue apparenti contraddizioni (“quando penso a qualcosa in effetti penso sempre a un’altra cosa”) le sue battaglie visionarie (“bisogna girare contro la sceneggiatura”) le sue divagazioni, gli infiniti rinvii che lo rendono inafferrabile nel paradosso che, meglio di tutti, ha annotato Enrico Ghezzi del suo essere “Mai pronto, sempre pronto” nella sua inestimabile “capacità di farci vedere il cinema nell’atto in cui esso ci parla”.

Ed è bello rintracciare qualche pista fra le polveri dell’aneddotica anche recente, financo contemporanea, che riguarda il flusso di pensiero di Godard, perché è quella che, mentre stupisce per la sua cristallina longevità, continua a turbare, infastidire, scavando dubbi e alimentando incertezze. Jean-Luc è sempre stato troppo grande e troppo avanti, al di là del bene e del male, e lo è anche oggi, a 90 anni: è solo di un paio di anni fa il ricordo di lui che, per ragionare sul proprio film Le livre d’image a Cannes 2018, pur non partecipando in persona alla conferenza stampa, decide di intervenire con un collegamento in Whatsapp video. Ecco che il cineasta “appare” quale incredibile icona della Storia immediatamente mutato in simbolo di contemporaneità. E da quel collegamento escono perle di saggezza a braccio, illuminanti e lapidarie parole di rimprovero sui vizi del nostro tempo, come ha sempre fatto. E questo, come si diceva, perché il grande regista dimostra la costante evoluzione nella reiterazione di se stesso, ad ogni costo, contro tutto e tutti. Tra i tanti, a farne le spese fu anche Bernardo Bertolucci, che lo idolatrava, e spesso ha raccontato del suo rapporto con Jean-Luc (indimenticabile il suo “vomito” sulla camicia del vate, o frasi del tipo «Gli volevo così bene che se avesse avuto dei bambini li avrei accompagnati io a scuola») fino alla dolorosa separazione per ragioni di oltranzismo politico da parte del collega franco-svizzero. Perché Godard si è sempre posizionato come antitesi al compromesso. E continuerà a farlo …Fino all’ultimo (suo) respiro, senza alcun dubbio.

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