Nel 2017 Milorad Dodik, allora presidente della Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia Erzegovina, decretò che fosse vietato evocare l’orrore di Srebenica nei sussidiari scolastici e pure l’assedio di Sarajevo doveva scomparire da quei testi, perché, secondo lui, quegli eventi “non erano veri”.

Già nel 1996, l’anno dopo, aveva dichiarato che la presunta tragedia denunciata dai musulmani era “una messa in scena per demonizzare i serbi”. E sul giornale delle forze armate serbe, lo stesso anno il generale Ratko Mladic, responsabile del massacro, giustificò il suo operato mentendo spudoratamente e trasformando gli inermi civili massacrati e gettati nelle fosse comuni in “gladiatori islamici” che lui aveva fronteggiato e sconfitto. Una versione totalmente immaginaria il cui unico scopo era disumanizzare le vittime.

L’11 luglio di ogni anno i bosgnacchi, ossia i bosniaci musulmani, ricordano al cimitero-memoriale di Srebenica le 8mila vittime del genocidio perpetrato da Mladic. Il giorno dopo, a Bratunac, pochi chilometri da Srebenica, sono i serbo-bosniaci che esaltano “l’eroe” Mladic e commemorano i propri caduti della guerra civile, un conflitto spaventoso che causò centomila morti e 2,2 milioni di profughi. Memoria contro memoria. Verità sbranata dalle menzogne. Non solo dal negazionismo, sempre più dilagante. Ma dal trionfalismo.

Alla fine dell’agosto 2020 si è aperto il processo d’appello presso il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja (subentrato a quello per l’ex-Yugoslavia) nei confronti di Mladic, condannato il 22 novembre del 2017 all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dopo essere stato latitante per sedici anni (lo arrestarono nel marzo del 2011). Ma le due udienze si sono svolte a porte chiuse. Nessuno, o quasi, ne ha parlato. La sentenza dovrebbe essere emessa entro la fine dell’anno o ai primi del 2021.

Più che altrove, in Bosnia i rapporti con il passato, uno spaventoso recente passato, continuano ad essere ambigui. Gli odi continuano a scavare fossati, le divisioni etniche e religiose sono sempre più marcate, nonostante la pace imposta da Washington un quarto di secolo fa. Un quinto della popolazione, secondo un recente censimento, è emigrato. Sono rimasti 3.700.000 abitanti, la metà dei quali musulmani, il 36% serbi (ortodossi) e il 14 croati (cattolici).

Lo spaventoso calo demografico è frutto di un lungo difficile dopoguerra, contrassegnato da narrazioni che rovesciano i fatti. La comunità internazionale da tempo sollecita la Bosnia Erzegovina a varare una legge contro il negazionismo, come esiste in certi Paesi europei per la Shoah. Senza successo. Il Paese è troppo diviso. Troppe fratture ne lacerano lo scheletro. Perché tale legge venga varata occorrerebbe il consenso delle tre comunità in cui è suddiviso. Ma i movimenti nazionalisti delle tre comunità praticano tutte, sia pure con sfumature diverse, una sorta di riscrittura del conflitto. Soprattutto i serbi: negando il genocidio vogliono alleggerire i loro crimini, ribaltare le accuse. Ci siamo difesi dagli attacchi dei musulmani.

Peccato che le indagini delle Nazioni Unite abbiano dimostrato l’esatto contrario e che, ogni anno, il numero delle presunte vittime serbe aumenti. Accuse peraltro smantellate dall’Rdc (Centro di Ricerca e Documentazione di Sarajevo), in cui lavorano insieme investigatori bosgnacchi, croati e serbi e avvalorate dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Yugoslavia.

Forse l’unico momento in cui la Bosnia cerca di esibire un’identità nazionale è quando scende in campo la nazionale di calcio guidata dall’ex juventino Pjanic e dal romanista Dzeko, come è successo mercoledì 18 novembre a Sarajevo quando si è scontrata con l’Italia, venendo sconfitta 2-0 (ma il centravanti della Roma non c’era). La partita ha promosso l’Italia alle finali, mentre la Bosnia è retrocessa nella serie B della Nations League. Tre giorni prima di celebrare – oggi, sabato 21 novembre – un anniversario ormai ingombrante, e malvissuto, sia dal punto di vista storico che da quello diplomatico: la firma, obtorto collo, di un laborioso e contorto accordo di pace voluto 25 anni fa, nel 1995, dall’amministrazione Clinton che costrinse, dopo venti giorni di astiosi colloqui, tre riluttanti nemici a stringersi la mano.

Fu così che Slobodan Milosevic, presidente serbo, Franjo Tudjman, presidente croato e Alija Izetbegovic, presidente bosniaco, firmarono un protocollo di intesa che stabiliva la fine delle ostilità e circoscriveva le aree etniche della Bosnia Erzegovina.

Mica fu semplice. Di fatto si attuava una stato parlamentare molto decentrato governato da una triade collettiva, ossia una presidenza collettiva di tre membri in frappresentanza, ciascuno, delle comunità musulmana, croata e serba. Insomma, una etnocrazia vera e propria. A turno, ognuno dei tre assume la presidenza a rotazione ogni otto mesi, e vengono eletti ogni quattro anni (le prossime elezioni sono previste nel 2022). Il progetto comportava l’attuazione di confini interni, sovente assai tortuosi, il che ne complicava la sorveglianza internazionale ed era stato elaborato dallo staff dell’abile mediatore Usa Robert Holbrooke, con l’approvazione non convinta più di tanto del rappresentante russo Igor Ivanov, a quel tempo vice ministro degli Esteri, e con Carl Bildt, inviato di Bruxelles, a far da semplice osservatore. Tutto ciò avvenne nella base aerea di Dayton, in Ohio e perciò passò ai posteri come “accordo di Dayton”. Tre settimane dopo, per accontentare i francesi che pure si erano adoperati, senza successo, per sedersi al tavolo delle trattative, si stabilì di formalizzare l’accordo a Parigi, il 14 dicembre: l’Accordo Quadro per la Pace in Bosnia Erzegovina portava in grembo grandiose speranze, ma partorì una creatura fragile.

Lo stesso Holbrooke dubitava che resistesse più di tanto. Per fortuna, si sbagliò. Tuttavia, 25 anni dopo, il suo ambizioso progetto è rimasto incompiuto. Infatti, non si è sviluppata una coscienza nazionale, né tanto meno una coscienza federale. Sono invece cresciute le identità ancorate alle appartenenze etniche e religiose, quelle cristallizzate dall’accordo di Dayton che traevano sostanza giuridica dalla nuova Costituzione. Col risultato di avere rigide ripartizioni delle cariche istituzionali suddivise tra la federazione croato-musulmana che aveva a disposizione il 51 per cento del territorio, mentre alla Republika Srpska andava il rimanente 49 per cento.

Fin da subito, l’apparente equa alternanza etnica provocò stasi nei settori produttivi del Paese, soffocato dalla discontinuità politica – spesso in palese e polemica contrapposizione – e dall’impossibilità di creare una classe dirigente capace di dare una linea certa ed unitaria allo sviluppo economico e sociale. Come purtroppo confermato da alcuni drammatici indicatori economici: tasso di disoccupazione del 44 per cento, che schizza al 60 per cento tra i giovani.

Dagli accordi di Dayton è scaturita una democrazia etnica, non una democrazia. E che questa democrazia etnica fosse imperfetta lo dimostrò il celebre caso Sejdic-Finci, nel 2009. Dervo Sejdic, in rappresentanza della comunità rom, e Jacob Finci in quella ebraica, ricorsero alla Corte Suprema di Strasburgo per denunciare il mancato rispetto delle minoranze da parte dello stato bosniaco ed ebbero ragione. In ultima analisi, fu una narrazione violentemente etnica che incendiò i Balcani negli anni Novanta, e chi negò le responsabilità delle “purificazioni etniche” oggi persegue la strategia della negazione, intendendo la pace come tregua.

Allora, l’ideologia della sopraffazione permetteva di andare ad uccidere il vicino diventato nemico ed “inferiore”, violentarne la moglie e rubargli la casa; oggi, la mistificazione offusca la realtà storica, al servizio politico di coloro che vogliono essere sicuri che un avvenire pacifico e comune non veda mai la luce. I conti con la Storia sono dolorosi.

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