Sono passati quasi otto anni dall’elezione a papa del cardinal Bergoglio. È il tempo di due mandati presidenziali americani, ampiamente sufficiente per stilare un bilancio del pontificato.

Sul piano dell’iniziativa riformatrice, della capacità di cambiare gli orientamenti di fondo della sua organizzazione, i risultati ottenuti da Francesco sono semplicemente inesistenti, nulli. Negli otto anni del regno di Bergoglio, non è cambiata di una virgola la disciplina del celibato obbligatorio del clero, non è stato modificato il ruolo marginalissimo delle donne, non sono mutati gli equilibri di potere tra centro e periferia (Roma regna e governa in modo sempre più accentrato e imperiale) né si è attenuata la rigidità della dottrina morale ufficiale.

Questo risultato, l’assoluto immobilismo, non è stato però ottenuto in modo lineare e programmatico, come era invece avvenuto per altri pontefici. Al contrario, Francesco ha dato spesso l’impressione di voler intraprendere una svolta riformatrice per poi alla fine ogni volta ripensarci: lo ha fatto sul diaconato femminile quando ha istituito una commissione che ha accesso molte speranze poi andate deluse, lo ha fatto di nuovo sulla riforma della curia che sembrava, a leggere l’Evangeli Gaudium, dover condurre allo smantellamento della centralità di Roma e ha partorito una modestissima riorganizzazione degli uffici vaticani, lo ha rifatto in modo davvero clamoroso più di recente quando, dopo aver incoraggiato in tutti i modi l’organizzazione di un sinodo, quello amazzonico, dal quale è giunta prepotente la richiesta di ordinare sacerdoti uomini sposati, ha raggelato le speranze dei riformatori aderendo di fatto alle posizioni di Sarah e Ratzinger.

Io, al pari di altri, ho sempre immaginato che tutte queste mosse apparentemente contraddittorie, questi continui andirivieni, corrispondessero ad un sottile disegno strategico, a una finezza politica squisitamente gesuitica volta a tentare di conciliare l’inconciliabile e a tener alto il consenso delle tante frazioni in cui è divisa la Chiesa.

Leggendo il bel libro di Massimo Franco, L’enigma Bergoglio. La parabola di un papato (Solferino), mi è venuto più di qualche dubbio sulla validità di questa ipotesi interpretativa. Al termine della lettura ho dovuto ammettere a me stesso che quel procedere per avanzate e retromarce, quell’illudere i fans delle riforme per poi deluderli clamorosamente potrebbe anche non essere solo o tanto il riflesso di un’accorta strategia, ma più semplicemente il sintomo della totale assenza di una strategia, del procedere a tentoni da parte di un uomo divenuto inaspettatamente pontefice a quasi ottant’anni, probabilmente privo di un qualunque progetto di riforma della Chiesa e assai incerto e balbettante non solo sui “grandi temi teologico-politici”, ma anche sul modo in cui gestire l’ordinaria amministrazione della Chiesa. E’ questo che emerge con nitore negli undici densi capitoli del libro di Franco.

Si prenda la delicata gestione degli affari finanziari. Inizialmente, ricorda Franco con dovizia di particolari, il papa ha affidato pieni poteri all’energico cardinale australiano Pell (e al finanziere Milone), senza però poi tentare nemmeno di difenderlo quando sul capo di costui è giunta l’accusa infamante, forse costruita ad arte nei palazzi vaticani, di aver molestato due chierichetti ai tempi in cui era vescovo di Melbourne. Dopo Pell, Bergoglio si è rivolto a Becciu, diventato talmente potente da ottenere un paio d’anni fa il cardinalato. Sappiamo come è finita.

Sulla lotta alla pedofilia a cui Franco dedica un intero capitolo, Francesco ha sbandato in modo altrettanto evidente, passando dalla clamorosa sottovalutazione delle accuse mosse al vescovo cileno (da lui nominato) Barros e dall’ampia tolleranza per i comportamenti disinvolti del vescovo argentino Zanchetta all’abolizione del segreto pontificio e all’avvio di una più intesa collaborazione con le autorità civili nella repressione degli abusi. L’elenco potrebbe continuare (notevole, ad esempio, il capitolo iniziale sulla risposta alla pandemia). I dettagli si trovano nel libro insieme alla puntuale descrizione anche di altre caratteristiche della personalità del papa: la tendenza a usare metodi un tantino dispotici, quella a privilegiare un piccolo gruppetto di fedelissimi, o ancora quella a diffidare del clero europeo e soprattutto di quello italiano, infine quella a diffondere un clima velenoso e di sospetto reciproco tra tutti i collaboratori.

Il dato paradossale che possiamo aggiungere a questi elementi è che dal coacervo di ambiguità, indecisioni, improvvisazioni, pasticci e svolte repentine prodotte dall’azione del pontefice porteño non vengono solo disgrazie e incidenti per la chiesa, come suggerisce ad un certo punto l’equilibrata analisi di Franco. Al contrario, in quel viluppo di messaggi contraddittori e confusi che caratterizza il papato, ciascuna fazione e ciascun fazioso può selezionare quello che più gli aggrada e presentarlo come il tratto distintivo e qualificante del pontificato. Un’operazione analoga può essere compiuta ovviamente anche sul lato opposto, quello della demonizzazione. C’è insomma da scommettere che l’enigma Bergoglio ci appassionerà ancora a lungo.

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