Il plenum del comitato centrale del Partito comunista che si è svolto per quattro giorni a porte chiuse aveva il compito di elaborare il 14esimo piano quinquennale, cioè delineare lo sviluppo economico del prossimo futuro. Essendo l’economia – per alcuni lo “sviluppismo” – la chiave per organizzare il consenso al Partito, il nuovo piano ha forti ricadute anche sociali e politiche. Il primo piano quinquennale fu elaborato nel 1953, ispirandosi alla tradizione sovietica. Ma a differenza dei russi, i cinesi non hanno mai messo nero su bianco obiettivi precisi – tonnellate di grano da produrre, investimenti nell’industria pesante – bensì linee programmatiche molto flessibili e rivedibili, che spesso sono interpretate in modo diversa a livello locale. Leggere tra le righe dei documenti programmatici cinesi è quindi un po’ come consultare i fondi di caffè, per cui nell’analizzare il comunicato rilasciato dal comitato centrale alla fine del plenum si può solo cercare i punti salienti e identificare la tendenza generale.

A fine 2020, il valore del prodotto interno lordo cinese dovrebbe superare i 100 trilioni di yuan (12,82 trilioni di euro), comunica la leadership. Reuters calcola che questo significherebbe mancare di poco l’obiettivo stabilito precedentemente di raddoppiare il Pil nel decennio 2010-2020. Ma il comunicato afferma che nel periodo 2021-25 la Cina mira a raggiungere uno sviluppo economico “sano e sostenuto”, concentrandosi sulla qualità rispetto ai numeri grezzi. È questo un obiettivo perseguito ormai da anni, ma a livello locale è difficile cambiare la mentalità di funzionari la cui carriera è legata a precisi obiettivi numerici. Il nuovo piano quinquennale sembra invece esplicitamente abbandonare l’ossessione per la crescita a tutti i costi e non indica un obiettivo specifico per il Pil. Magari un target numerico flessibile potrà essere aggiunto nella versione finale del piano che sarà redatta l’anno prossimo, ma per ora il focus sembra essere sul Pil pro capite, che deve essere innalzato fino al livello di un paese moderatamente sviluppato: obiettivo vago che lascia spazio a future interpretazioni.

Il comunicato della leadership si impegna anche a ridurre in modo significativo il divario di reddito tra residenti rurali e urbani, un obiettivo che il Partito si pone da decenni senza esserci mai riuscito, anzi. Sullo sfruttamento della forza lavoro a basso costo proveniente dalle campagne si è basato in gran parte il boom cinese e il covid ha ampliato il divario tra province ricche e povere. Dietro la crescita del terzo trimestre 2020 (+4,9%) si nascondono infatti disparità regionali che si acuiscono: dai dati, emerge che ai tradizionali solchi tra aree urbane e rurali, tra ricche province costiere orientali e quelle occidentali dell’interno, si è aggiunto oggi un gap tra nord e sud: le province meridionali rappresentano oggi il 64,6 per cento della ricchezza nazionale rispetto al 58,8 di cinque anni fa. Per innalzare i redditi sia urbani sia rurali tentando al tempo stesso di ridurre il gap tra le molte “Cine”, la leadership si impegna a costruire un sistema educativo di alta qualità, migliorare l’assistenza agli anziani e, più in generale, il sistema di sicurezza sociale: un abbozzo di welfare e uno slancio verso la competitività.

Ma la vera svolta del nuovo piano quinquennale – ciò che dovrebbe cambiare il modello degli ultimi 40 anni – è l’obiettivo di raggiungere “l‘autosufficienza tecnologica” e rafforzare il mercato interno, pur continuando ad aprirsi agli investimenti stranieri. La formula della cosiddetta “doppia circolazione”, già menzionata da Xi Jinping nei mesi scorsi e a cui si fa riferimento nel documento di fine plenum, significa che i problemi economici creati dall’epidemia e dal crescente conflitto con gli Usa suggeriscono alla leadership di fare del cosiddetto “ciclo interno” (produzione e consumo domestici) il fulcro del prossimo piano quinquennale, senza però rinunciare del tutto al “ciclo internazionale” (commercio estero e investimenti). La Cina rifiuta il concetto di “decoupling”, cioè la separazione del mondo in due macro aree economiche, una a guida statunitense e una a guida cinese.

Lo sviluppo tecnologico – a cui per la prima volta viene dedicato un capitolo – è la chiave per lo sviluppo interno qualitativo di cui sopra. Il documento sancisce che la Cina farà “importanti passi avanti nelle tecnologie chiave di base”, diventerà un leader globale nell’innovazione e raggiungerà “una nuova industrializzazione, informatizzazione, urbanizzazione e modernizzazione agricola”. Non si chiarisce quali siano le tecnologie di base, ma rifacendosi ad altri documenti governativi si possono ipotizzare: semiconduttori, telecomunicazioni, big data e intelligenza artificiale, biotecnologie, settore farmaceutico.

In questa autosufficienza che però non intende chiudersi al mondo nei settori strategici, giocherà un ruolo fondamentale la cosiddetta “nuova urbanizzazione”, cioè lo sviluppo di grandi aree urbane integrate, cluster composti da città preesistenti che avranno vocazioni specifiche. Uno di questi è la cosiddetta area della “Grande Baia”, di cui anche Hong Kong farà sempre più parte. Non a caso, la borsa dell’ex colonia britannica sta attirando sempre più capitali dalla Cina continentale.

Un’ultima osservazione riguarda il fatto che il plenum non abbia discusso solo il piano quinquennale che ci porterà al 2025, ma abbia anche dato enfasi all’obiettivo di creare un “moderno paese socialista” entro il 2035. Ciò suggerisce che è quello l’orizzonte temporale della leadership di Xi Jinping, il quale sembrerebbe intenzionato a presiedere non solo il centenario del Partito comunista (2021), cosa ormai scontata, bensì anche quello dell’Esercito Popolare di Liberazione (2027) di cui è formalmente il capo supremo. Nel 2035, Xi Jinping avrà 82 anni. Curiosamente, gli stessi di Mao Zedong alla sua morte.

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