Ha quasi 340mila followers su Twitter, ha curato la campagna elettorale di Hillary Clinton nel 2016 ed è considerata la principale artefice del successo politico della sorella maggiore, Kamala Harris, nuova vicepresidente degli Stati Uniti d’America. Maya Harris, classe 1967, è un avvocato con il pallino per i diritti civili e una passione per la politica. Presidente della campagna elettorale della Harris, Maya ha curato nei minimi particolari la corsa verso la Casa Bianca della sorella.

“Hai dormito?”, chiede Maya in tono amorevolmente inquisitorio a Kamala durante un momento di pausa nella sala Conferenze dell’Hotel Hilton di Miami. É il luglio 2019 e la città della Florida è una delle tappe della campagna elettorale della Harris. “Si si, ho dormito, non ti preoccupare”, risponde Kamala in maniera sbrigativa. Maya conosce Kamala meglio di chiunque altro e il loro legame è visibilmente forte, come la loro complicità. “É la persona più intelligente e più divertente che io conosca, mi fido molto del suo istinto e della sua opinione”, ha ammesso Kamala in un’intervista alla rivista Politico.

Non è la prima volta che i candidati presidenziali scelgono dei familiari come stretti consiglieri. John F. Kennedy aveva al suo fianco il fratello Bob, George W. Bush aveva il padre ed ex presidente George H.W. Bush e Donald Trump aveva la figlia prediletta Ivanka che è stata suo alto consigliere per tutti e quattro gli anni di mandato. Eppure Maya ha qualcosa in più rispetto agli altri. Lo sanno bene i media americani che si occupano di lei già da molto tempo. Proprio il titolo di un articolo della rivista Politico rende bene l’idea: “Tutti sono abituati ad avere parenti stupidi: la sorella di Kamala rompe con la tradizione”, riprendendo le parole di Neera Tanden, presidente del Center for American Progress, un istituto di ricerca sulle politiche pubbliche.

Dopo essersi laureata alla Stanford Law School nel 1992, Maya, a soli 29 anni, ha preso le redini della Lincoln Law School di Sacramento, California, diventando una delle presidi più giovani della nazione. Ex direttore esecutivo dell’American Civil Liberties Union della California, organizzazione no profit a difesa dei diritti e delle libertà civili, il suo impegno in questo campo è un’eredità di famiglia: la madre, Shyamala Gopalan Harris, ricercatrice specializzata nella cura del cancro al seno, era un’attivista indiana, arrivata in America per seguire un dottorato di ricerca all’Università di Berkeley.

“Si può dire che fin dalla culla ci abbiano inculcato i valori della democrazia e del rispetto dei diritti e delle libertà civili”, ha dichiarato Kamala Harris in una recente intervista al Washington Post. “Diciamo che – prosegue la Harris- da bambine eravamo circondate da adulti che marciavano per una cosa chiamata giustizia“. La forza e la perseveranza sembrano essere i tratti distintivi di Maya Harris e la sua vita ne è la dimostrazione, come quando, ad esempio, a 17 anni è rimasta incinta. Giovane ragazza madre, all’ultimo anno di liceo, si è rimboccata le maniche e, con l’aiuto di mamma Shyamala e della sorella maggiore, dopo essersi diplomata con il massimo dei voti, si è laureata in legge. Tuttavia, ancora adesso non parla volentieri di questa pagina della sua vita, si limita a dire “è stata dura”.

Negli anni dell’università ha poi incontrato l’attuale marito Tony West, anche lui avvocato, con dei trascorsi nel dietro le quinte della campagna elettorale di Barack Obama nel 2008. Proprio in quegli anni, però Maya scopre di essere affetta dal lupus, grave malattia autoimmune. “Una mattina, durante il mio ultimo semestre al college, mi sono svegliata con una strana eruzione cutanea sul viso”, ha scritto in un articolo sulla rivista americana The Atlantic. “Quando ho visto che non andava via dopo aver consumato un intero flacone di cortisone, mia madre mi ha convinto ad andare da un medico che l’ha scoperta”.

Maya ha ammesso pubblicamente di essere affetta dal lupus all’indomani delle dichiarazioni di Trump sull’idrossiclorochina, un farmaco antimalarico utilizzato anche nel trattamento dell’artrite reumatoide e proprio del lupus. “Io sto assumendo l’idrossiclorochina e sto benissimo”, ha affermato lo scorso maggio l’ormai ex presidente Trump, sponsorizzando un farmaco il cui utilizzo per il Sars-Cov-2 è tuttora al vaglio della comunità scientifica. Anche in questo caso, come nella difesa dei diritti civili, la presa di posizione di Maya non si è fatta attendere. “Queste affermazioni creano non pochi problemi a chi soffre di malattie come la mia che si curano con questo farmaco – ha dichiarato in risposta al tycoon – Le riserve di questo medicinale potrebbero finire se si porta avanti questa convinzione e per noi malati sarebbe la fine. Va fermato”. A questo punto, è proprio il caso di dire, “Yes, she did it”.

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