È stato un lungo testa a testa. Finito a favore di Joe Biden sul filo di lana. Gli elettori Usa non hanno “ripudiato” il quadriennio di Donald Trump alla Casa Bianca: nonostante gli oltre 230mila morti per Covid e la pessima gestione della pandemia, i consensi per il tycoon sono addirittura aumentati. In questa tornata record per affluenza ha preso circa 7 milioni di voti in più rispetto al 2016. La spiegazione? Ad indirizzare la scelta degli elettori – come sempre, e forse più di altre volte – sono stati i risultati e i timori per l’economia. Se il Cares Act da 2,2 trilioni di dollari in risposta al Covid non ha tirato il Paese fuori dalla crisi e il nuovo piano di aiuti è stato congelato in attesa dell’esito elettorale, prima della pandemia la disoccupazione era ai minimi degli ultimi 50 anni e la povertà era in calo. Non senza conseguenze: la deregulation, i tagli fiscali e la guerra commerciale, pilastri della presidenza Trump, hanno ottenuto risultati controversi e caricato oltre misura il bilancio federale.

“It’s the economy, stupid” – Gli istituti di ricerca sono concordi. Più del coronavirus, più del terrorismo e della sicurezza, più della sanità, è l’economia la questione più importante per gli elettori. Gallup ha affermato che l’89% dei cittadini ritiene molto o abbastanza importanti le posizioni dei candidati su questo tema, in grado di influenzare e orientare la decisione di voto. Percentuale che invece scende al 77%, relativamente alle risposte all’emergenza Covid. Stesso risultato è stato rilevato da Pew Research, che nel confronto tra l’economia e il coronavirus, in termini di importanza, ha visto prevalere la prima con il 79%, rispetto al 62% di rispondenti. Insomma, come sempre “It’s the economy, stupid”, dalle parti di Washington, aggravata però quest’anno dall’impatto del “secondario” Covid.

Il rimbalzo record del terzo trimestre – Nel terzo trimestre gli Stati Uniti hanno registrato una crescita del prodotto interno lordo del 33,1%. Il dato non è comparabile con quelli dei paesi europei usciti nei giorni scorsi perché è “annualizzato”, cioè dice di quanto crescerebbe l’economia se mantenesse per il resto dell’anno lo stesso livello di attività. Confronti “interni” sono però possibili e si tratta del tasso più alto da quando, nel 1947, è stata avviata la rilevazione periodica trimestrale. Ma come in molti altri Paesi nel mondo, questo incremento record ha seguito un crollo record. Nel secondo trimestre, segnato dal lockdown, l’economia Usa ha perso il 31,4 per cento. Una dinamica che al momento mantiene ancora il Pil sotto del 3,5% – mancano cioè 670 miliardi di dollari – rispetto a fine 2019. Moody’s Analytics e Cnn Business hanno realizzato un indice chiamato “Back-to-Normal”, che prende in esame 37 indicatori nazionali e 7 a livello statale. L’indice, che va da zero, cioè nessuna attività economica, a 100%, che ovvero il ritorno dell’economia ai livelli pre-pandemici a marzo, oggi si ferma all’83%, indicando come il Paese a stelle e strisce sia ancora in piena convalescenza. Idaho e Maine sono gli Stati le cui economie si avvicinano oggi maggiormente ai livelli di marzo, mentre restano ancora in grosse difficoltà per Hawaii, Illinois, Massachusetts, New Mexico, New York e Oregon.

Pil in aumento, disoccupazione e povertà in calo – Anche al netto della crisi dell’ultimo anno, tuttavia, sull’economia “Make America Great Again” si riflettono luci e ombre. Negli ultimi tre anni di presidenza Obama la crescita del Pil Usa era stata in media del 2,3 per cento. Nei suoi primi tre anni di presidenza, Trump ha invece registrato una crescita del 2,5 per cento. Un incremento modesto rispetto al suo predecessore, nonostante il presidente abbia spesso rivendicato i buoni risultati di Wall Street, e soprattutto il valore dell’indice Dow Jones, che raccoglie le 30 maggiori aziende quotate, e che nel quadriennio è arrivato a sfiorare il tetto record di 30mila punti. Numeri da primato anche per disoccupazione e povertà. La prima a febbraio si è fermata al 3,5%, ai minimi degli ultimi 50 anni. Se però consideriamo i posti di lavoro creati in valore assoluto, nei primi tre anni di mandato – dunque prima della pandemia – Trump ha generato 6,4 milioni di posti di lavoro in più, mentre negli ultimi tre anni di presidenza Obama i posti di lavoro creati erano stati 7 milioni. Rispetto alla seconda, invece, nel 2019 sono stati registrati 4,2 milioni di persone in meno rispetto all’anno precedente al di sotto della soglia di povertà. Lo scorso anno la percentuale di persone in povertà si è contratta fino al 10,5% della popolazione, con la comunità afroamericana per la prima volta sotto il 20%, al 18,8 per cento. Allo stesso tempo, però, ha fatto molto discutere la proposta repubblicana che ridefinirebbe il concetto stesso di povertà, cambiando il meccanismo di misurazione dell’inflazione rispetto alla soglia minima, e rendendo più difficile a molti cittadini di beneficiare dei programmi di sostegno. Ma a quale prezzo sono stati raggiunti questi risultati? Tre sono stati i pilastri dell’azione economica del presidente in carica: deregulation, tagli fiscali e guerra commerciale.

Deregulation a favore di petrolieri e costruttori – “Tracking deregulation in the Trump era” è un progetto del centro di ricerca Brookings, un monitoraggio in tempo reale di norme sospese e abrogate, policy annullate e nuovi indirizzi in categorie come ambiente, salute, lavoro, promossi dall’amministrazione Trump. Le ultime due novità, approvate la scorsa settimana, riguardano l’ambiente: la riduzione delle royalty per lo sfruttamento di depositi minerari su terreni federali, un impianto regolatorio che il Bureau of Land Management ha descritto come “eccessivamente restrittivo, inflessibile e oneroso, e una nuova norma che consente la raccolta del legname e la costruzione di strade nelle foreste nazionali dell’Alaska, tra cui Tongass, la foresta più grande del Paese, concedendo esenzioni alla protezione delle aree senza strade. Sono quasi cento le norme già eliminate o in corso di eliminazione in materia di aria ed emissioni, inquinamento dell’acqua, trivellazioni e sostanze tossiche, con evidenti ricadute economiche. In una conferenza alla Casa Bianca, Trump aveva dichiarato: “Nei nostri primi 11 mesi, abbiamo annullato o sospeso oltre 1.500 norme pianificate, di gran lunga più di qualsiasi presidente precedente. E vedi i risultati quando guardi al mercato azionario, quando guardi ai risultati delle società e quando vedi le aziende che rientrano nel nostro Paese. Invece di eliminare due vecchie norme per ogni nuova norma, ne abbiamo eliminate 22 per ognuna”.

Taglio delle tasse ai più ricchi – Alla deregolamentazione si è accompagnato un massiccio taglio delle tasse. Alla fine del 2017, Trump ha tagliato l’imposta sul reddito delle persone fisiche, compreso un taglio del 3% per le persone nella fascia di reddito più alta, ma soprattutto le tasse alle società, portando l‘aliquota dal 35% al 21%. L’obiettivo, dichiarato, era quello di riportare a casa le imprese che avevano delocalizzato per risparmiare sulle tasse, favorendo gli investimenti e promettendo un incremento del reddito medio delle famiglie di almeno 4.000 dollari all’anno. L’attesa esplosione degli investimenti, però, non è avvenuta. Un’analisi del Fondo Monetario Internazionale sulle società del ranking Fortune 500 ha riportato che solo il 20% dell’aumentata liquidità delle imprese è finito in attività di ricerca e sviluppo, mentre l’80% è ritornato agli investitori attraverso buyback, dividendi o altri adeguamenti alla gestione patrimoniale. Secondo i dati della Federal Reserve di St. Louis, dall’approvazione della riforma a oggi le entrate fiscali dalle imprese si sono ridotte per oltre il 40 per cento.

Ma i dazi hanno ridotto l’export e gonfiato il deficit – Meno regole e meno tasse avrebbero dovuto provocare un’espansione economica che invece è avvenuta solo in parte. E uno dei motivi che ha avuto più impatto è stata la nuova politica commerciale, che ha messo nel mirino il deficit commerciale da quasi 800 miliardi all’anno, portato a fine 2019 a poco più di 600 miliardi. Partito con l’acciaio, per rinvigorire l’industria in declino, Trump ha finito per imporre dazi su molti altri prodotti e a molti più Paesi del previsto, e in una seconda fase scontrandosi senza riserve con Pechino. Cina e Unione Europea hanno così imposto a loro volta dazi senza sconti sui prodotti americani, favorendo la crescita dell’occupazione, ma con significative ricadute sulle esportazioni.

E così a guidare la crescita è stata la spesa pubblica. Lo scorso anno, e fino al 2021, Trump ha promosso la sospensione del tetto fissato nel 2011, consentendo l’incremento oltre misura dell’indebitamento e del deficit federale. Deficit già cresciuto per i tagli fiscali del 2017 dal valore di 1,5 trilioni, e dell’aumento della spesa, in particolare per la difesa, con un maxi-budget militare arrivato quest’anno a quasi 750 miliardi di dollari. Prima, naturalmente, che si abbattesse la tempesta Covid, aggiungendo al conto i 2,2 trilioni di dollari del Cares Act di marzo.

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