“Anche io ci penso a quel che sarà dopo di me, ne parlo io per primo. Recentemente, nello stesso giorno, mi sono sottoposto a degli esami medici di routine, i medici mi hanno detto che uno di questi si poteva fare ogni cinque anni oppure ogni anno, loro propendevano per il quinquennio. Io ho detto facciamolo anno per anno, non si sa mai”. È lo stesso Papa Francesco a tornare nuovamente sul tema del suo successore. Un tabù che lui stesso ha rotto più volte parlando anche della possibilità delle dimissioni qualora le forze fisiche venissero a mancare. Del resto è inevitabile che il primo Pontefice della storia recente eletto con un Papa emerito che come lui vive in Vaticano, affronti con franchezza il tema della sua successione. Bergoglio ne parlato in una lunga intervista al direttore dell’AdnKronos, Gian Marco Chiocci, con uno sguardo anche agli ultimi scandali finanziari della Santa Sede. “Non credo possa esserci – afferma il Papa – una sola persona, dentro e fuori di qui, contraria ad estirpare la malapianta della corruzione. Non ci sono strategie particolari, lo schema è banale, semplice, andare avanti e non fermarsi, bisogna fare passi piccoli ma concreti. Per arrivare ai risultati di oggi siamo partiti da una riunione di cinque anni fa su come aggiornare il sistema giudiziario, poi con le prime indagini ho dovuto rimuovere posizioni e resistenze, si è andati a scavare nelle finanze, abbiamo nuovi vertici allo Ior, insomma ho dovuto cambiare tante cose e tante molto presto cambieranno”.

Un segnale eloquente che, al di là degli scandali, l’opera di riforma voluta e attuata da Francesco andrà avanti. Nell’intervista, Bergoglio non nasconde che la cosiddetta questione morale nei sacri palazzi è un “male antico che si tramanda e si trasforma nei secoli”, ma che ogni suo predecessore ha cercato di debellare. “Purtroppo la corruzione – aggiunge il Papa – è una storia ciclica, si ripete, poi arriva qualcuno che pulisce e rassetta, ma poi si ricomincia in attesa che arrivi qualcun altro a metter fine a questa degenerazione”. Per Francesco, “la Chiesa è e resta forte ma il tema della corruzione è un problema profondo, che si perde nei secoli. All’inizio del mio pontificato andai a trovare Benedetto. Nel passare le consegne mi diede una scatola grande: ‘Qui dentro c’è tutto, – disse – ci sono gli atti con le situazioni più difficili, io sono arrivato fino a qua, sono intervenuto in questa situazione, ho allontanato queste persone e adesso…tocca a te’. Ecco, io non ho fatto altro che raccogliere il testimone di Papa Benedetto, ho continuato la sua opera”. Il riferimento è al famoso dossier dello scandalo Vatileaks 1 redatto dai tre “cardinali 007” nominati da Ratzinger: Julian Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi.

Bergoglio ci tiene anche a smentire tutte le ricostruzioni che lo descrivono in perenne opposizione con il suo diretto predecessore. “Benedetto – racconta Francesco – per me è un padre e un fratello, per lettera gli scrivo ‘filialmente e fraternamente’. Lo vado a trovare spesso e se recentemente lo vedo un po’ meno è solo perché non voglio affaticarlo. Il rapporto è davvero buono, molto buono, concordiamo sulle cose da fare. Benedetto è un uomo buono, è la santità fatta persona. Non ci sono problemi fra noi, poi ognuno può dire e pensare ciò che vuole. Sono riusciti perfino a raccontare che avevamo litigato, io e Benedetto, su quale tomba spettava a me e quale a lui”.

Il Papa ricorda, inoltre, che “la Chiesa è stata sempre una casta meretrix, una peccatrice. Diciamo meglio: una parte di essa, perché la stragrande maggioranza va in senso contrario, persegue la giusta via. Però è innegabile che personaggi di vario tipo e spessore, ecclesiastici e tanti finti amici laici della Chiesa, hanno contribuito a dissipare il patrimonio mobile e immobile non del Vaticano ma dei fedeli. A me colpisce il Vangelo quando il Signore chiede di scegliere: o segui Dio o segui il denaro. Lo ha detto Gesù, non è possibile andare dietro a entrambi”. E ricorda cosa gli diceva sempre la nonna a cui era legatissimo: “Lei, che certo non era una teologa, a noi bambini diceva sempre che il diavolo entra dalle tasche. Aveva ragione”. Come aveva ragione quella signora anziana che l’allora cardinale Bergoglio incontrò in una baraccopoli di Buenos Aires il giorno in cui morì San Giovanni Paolo II: “Mi trovavo in un autobus e stavo andando in una favela, quando venni raggiunto dalla notizia che stava facendo il giro del mondo. Durante la messa, chiesi di pregare per il Papa defunto. Finita la celebrazione mi si avvicinò una donna poverissima, chiese informazioni su come si eleggeva il Papa, le raccontai della fumata bianca, dei cardinali, del conclave. Al che lei mi interruppe e disse: ‘Senta Bergoglio, quando diventerà Papa per prima cosa si ricordi di comprare un cagnolino‘. Le risposi che difficilmente lo sarei diventato, e se nel caso perché avrei dovuto prendere il cane. ‘Perché ogni volta che si troverà a mangiare – fu la sua risposta – ne dia un pezzettino prima a lui, se lui sta bene allora continui pure a mangiare’. Era ovviamente una esagerazione, ma dava conto dell’idea che il popolo di Dio, i poveri fra i più poveri al mondo, aveva della casa del Signore attraversata da ferite profonde, lotte intestine e malversazioni”.

Più volte, soprattutto negli ultimi mesi, Francesco è stato descritto come un uomo profondamente solo, accerchiato dalla Curia romana. Ed è lui stesso a parlarne: “Se sono solo? Ci ho pensato. E sono arrivato alla conclusione che esistono due livelli di solitudine: uno può dire, mi sento solo perché chi dovrebbe collaborare non collabora, perché chi si dovrebbe sporcare le mani per il prossimo non lo fa, perché non seguono la mia linea o cose così, e questa è una solitudine diciamo… funzionale. Poi c’è una solitudine sostanziale, che non provo, perché ho trovato tantissima gente che rischia per me, mette la sua vita in gioco, che si batte con convinzione perché sa che siamo nel giusto e che la strada intrapresa, pur fra mille ostacoli e naturali resistenze, è quella giusta. Ci sono stati esempi di malaffare, di tradimenti, che feriscono chi crede nella Chiesa. Queste persone non sono certo suore di clausura”. Bergoglio non sa se il suo pontificato vincerà la battaglia delle riforme che gli sono state indicate dalle congregazioni generali dei cardinali che si sono tenute dopo le dimissioni di Benedetto XVI e prima del conclave che lo ha eletto. “So – precisa il Papa – che devo farla, sono stato chiamato a farla, poi sarà il Signore a dire se ho fatto bene o se ho fatto male. Sinceramente non sono molto ottimista, però confido in Dio e negli uomini fedeli a Dio. Ricordo di quand’ero a Cordoba, pregavo, confessavo, scrivevo, un giorno vado in biblioteca a cercare un libro e mi imbatto in sei-sette volumi sulla storia dei Papi, e anche tra i miei antichissimi predecessori ho trovato qualche esempio non proprio edificante”.

Agli oppositori replica: “Criticare il Papa non significa essergli contro”. E aggiunge: “Non direi il vero se dicessi che le critiche ti lasciano bene. A nessuno piacciono, specie quando sono schiaffi in faccia, quando fanno male se dette in malafede e con malignità. Con altrettanta convinzione però dico che le critiche possono essere costruttive, e allora io me le prendo tutte perché la critica porta a esaminarmi, a fare un esame di coscienza, a chiedermi se ho sbagliato, dove e perché ho sbagliato, se ho fatto bene, se ho fatto male, se potevo fare meglio. Il Papa le critiche le ascolta tutte dopodiché esercita il discernimento, capire cosa è a fin di bene e cosa no. Discernimento che è la linea guida del mio percorso, su tutto, su tutti. E qui sarebbe importante una comunicazione onesta per raccontare la verità su quel che sta succedendo all’interno della Chiesa. È vero che poi se nella critica devo trovare ispirazione per fare meglio non posso certo lasciarmi trascinare da ogni cosa che di poco positivo scrivono sul Papa”. E alla domanda se abbia paura risponde: “E perché dovrei averne? Non temo conseguenze contro di me, non temo nulla, agisco in nome e per conto di nostro Signore. Sono un incosciente? Difetto di un po’ di prudenza? Non saprei cosa dire, mi guida l’istinto e lo Spirito Santo, mi guida l’amore del mio meraviglioso popolo che segue Gesù Cristo. E poi prego, prego tanto, tutti noi in questo momento difficile dobbiamo pregare tanto per quanto sta accadendo nel mondo”.

Le ultime riflessioni sono sul ritorno dei contagi. Dopo tre settimane senza il consueto baciamano dei fedeli, Francesco ha nuovamente deciso di tenere le udienze generali del mercoledì solo in streaming, nella Biblioteca privata del Palazzo Apostolico. “Sono giorni di grande incertezza, – ammette il Papa – prego tanto, sono tanto, tanto, tanto vicino a chi soffre, sono con la preghiera a chi aiuta le persone che soffrono per motivi di salute e non solo”. E sull’ipotesi di un nuovo lockdown anche in Italia con la possibilità che si chiudano nuovamente le chiese come avvenuto a Pasqua, precisa: “Non voglio entrare nelle decisioni politiche del governo italiano ma racconto una storia che mi ha dato un dispiacere: ho saputo di un vescovo che ha affermato che con questa pandemia la gente si è ‘disabituata’ – ha detto proprio così – ad andare in chiesa, che non tornerà più a inginocchiarsi davanti a un crocifisso o a ricevere il corpo di Cristo. Io dico che se questa ‘gente’, come la chiama il vescovo, veniva in chiesa per abitudine allora è meglio che resti pure a casa. È lo Spirito Santo che chiama la gente. Forse dopo questa dura prova, con queste nuove difficoltà, con la sofferenza che entra nelle case, i fedeli saranno più veri, più autentici”.

Twitter @FrancescoGrana

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