Natale come Pasqua? È il timore della Conferenza episcopale italiana e con essa delle diocesi e delle parrocchie della Penisola, già economicamente molto provate dal lockdown che ha impedito le celebrazioni, in particolare quelle della Settimana Santa. Anche perché, già nel mese di settembre, parallelamente alla riapertura delle attività pastorali bloccate dalla pandemia, la Chiesa italiana sperava in nuove aperture da parte del governo, soprattutto per quel che riguarda il numero massimo dei fedeli che possono partecipare alle messe negli edifici sacri, attualmente fissato a 200. E invece non si è registrato alcun passo in avanti in questa direzione, ma aperture che diocesi e parrocchie non hanno mai esitato a definire minime, relative soltanto ai matrimoni e alla distribuzione della comunione. E successivamente alla reintroduzione dei cori nelle celebrazioni.

La tensione tra la Cei e il governo Conte si è riacutizzata, però, dopo i nuovi provvedimenti presi dall’esecutivo. Per questo motivo, il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana, Vincenzo Corrado, ha emanato una nota per fissare dei paletti, anche nel tentativo di evitare una nuova chiusura delle chiese. “Il Dpcm del 13 ottobre 2020 sulle misure di contrasto e contenimento dell’emergenza Covid-19 – afferma la Cei – lascia invariato quanto previsto nel protocollo del 7 maggio circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo. Esso rimane altresì integrato con le successive indicazioni del Comitato tecnico-scientifico, già trasmesse nel corso dell’estate. Tra queste, a titolo esemplificativo, guanti non obbligatori per il ministro della comunione che però deve igienizzarsi accuratamente le mani, celebrazione delle cresime assicurando il rispetto delle indicazioni sanitarie (in questa fase l’unzione può essere fatta usando un batuffolo di cotone o una salvietta per ogni cresimando), la stessa attenzione vale per le unzioni battesimali e per il sacramento dell’unzione dei malati”.

E ancora: “Reintroduzione dei cori e cantori, i cui componenti dovranno mantenere una distanza interpersonale laterale di almeno 1 metro e almeno 2 metri tra le eventuali file del coro e dagli altri soggetti presenti (tali distanze possono essere ridotte solo ricorrendo a barriere fisiche, anche mobili, adeguate a prevenire il contagio tramite droplet. L’eventuale interazione tra cantori e fedeli deve garantire il rispetto delle raccomandazioni igienico-comportamentali ed in particolare il distanziamento di almeno 2 metri). Durante la celebrazione del matrimonio gli sposi possono non indossare la mascherina, durante lo svolgimento delle funzioni religiose non sono tenuti all’obbligo del distanziamento interpersonale i componenti dello stesso nucleo familiare o conviventi/congiunti, parenti con stabile frequentazione, persone non legate da vincolo di parentela, di affinità o di coniugio che condividono abitualmente gli stessi luoghi dove svolgono vita sociale in comune. Nelle settimane in cui le diocesi riprendono le attività pastorali, – precisa ancora la nota – la segreteria generale della Conferenza episcopale italiana assicura un’interlocuzione costante con la presidenza del Consiglio dei Ministri, il ministero degli Interni e il Comitato tecnico-scientifico, per monitorare il quadro epidemiologico e l’evoluzione della pandemia”.

L’intento della Cei è quello di evitare che le eventuali nuove limitazioni alle celebrazioni possano essere decise unilateralmente dal governo riproducendo lo scontro verificatosi nell’aprile scorso. Scontro che aveva fatto affermare ai vertici dell’episcopato della Penisola: “I vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Posizione subito sconfessata da Bergoglio che chiese “obbedienza alle disposizioni. Non a caso, Francesco è tornato recentemente a parlare del rischio del contagio spiegando la sua decisione di non consentire più ai malati e ai fedeli di fare il baciamano. “Io vorrei, come faccio di solito, – ha affermato il Papa all’udienza generale del mercoledì – scendere e avvicinarmi a voi per salutarvi, ma con le nuove prescrizioni, meglio mantenere le distanze. Anche gli ammalati li saluto di cuore da qui. Voi siete a distanza prudente, come si deve fare. Ma succede che quando io scendo, tutti vengono e lì si ammucchiano. E il problema è che c’è il pericolo del contagio. Così, ognuno con la mascherina, mantenendo le distanze, possiamo andare avanti con le udienze. Scusatemi se oggi vi saluto da lontano, ma credo che se tutti, come buoni cittadini, compiamo le prescrizioni delle autorità, questo sarà un aiuto per finire con questa pandemia”. Parole rivolte anche alla Cei.

Twitter: @FrancescoGrana

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