Da un anno una piazza di Trieste ha cambiato nome. Piazza della Libertà, di fronte alla stazione dei treni, dalle 18 in poi diventa ogni giorno “Piazza del mondo”. A scegliere questo nome sono state le volontarie di Linea d’Ombra odv, associazione nata nel 2019 per sostenere i migranti in transito, prima direttamente nei paesi più duri della rotta balcanica, come la Bosnia, poi nel capoluogo giuliano. Il lockdown di primavera, infatti, ha cambiato il volto del volontariato ma non ha certo fermato il progetto migratorio di migliaia di persone.

“Da febbraio lavoriamo in questa piazza, tutte le sere: siamo qui con i nostri corpi, fisicamente, politicamente, a dare testimonianza di un atto di resistenza alla criminalità dei confini e dell’esistenza di persone rese invisibili e disumanizzate”. Lorena Fornasir è una donna minuta solo esteriormente: dentro le ribolle la forza di chi non ha paura di fare qualcosa di sbagliato perché crede fermamente di essere nel giusto, anche di fronte ai soldati mandati da Roma a presidiare le zone di confine con i mitra. “Chi arriva fino a qui – racconta a ilfattoquotidiano.it – è sfuggito all’intercettazione al confine. Gli altri, quelli che non ce la fanno, vengono in parte deportati, mentre chi arriva a Trieste se ha abbastanza soldi prosegue il suo viaggio verso il Nord Europa per raggiungere la famiglia”. Ma anche per loro, per i migranti in transito come per i volontari, esiste una pandemia mondiale. Un virus che ha soverchiato la quotidianità.

“Dalla fine di febbraio ormai facciamo presidio solo a Trieste”, spiega Lorena. Il virus, per le volontarie di Linea d’Ombra, ha modificato il luogo ma non la sostanza. “Prima del lockdown siamo andati in Bosnia 18 volte e da febbraio ci siamo organizzati per dare continuità a quell’attività: facciamo primo soccorso e ci occupiamo di chi non viene curato da nessuno, di chi viene qui definito clandestino”. Accoglienza, cura e informazioni. “Spieghiamo quali sono le possibilità che hanno una volta arrivati fin qui: i minori possono rivolgersi alla Questura, gli altri all’Ics (Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus, ndr). Facciamo insomma quello che dovrebbe fare un’amministrazione capace e competente”.

Ma come è stato continuare a fare volontariato durante le settimane di lockdown? “In quei giorni è stata chiusa l’unica fontanella che c’era in piazza: le persone non potevano né berelavarsi le mani. Noi, tranne qualche giorno, siamo sempre stati presenti e quel tempo sospeso ha avvicinato alla nostra attività altre persone, anche dall’estero”. Nonostante i confini siano presidiati, infatti, “il vento non si può fermare, così come la migrazione”, sussurra quasi Lorena. “I ragazzi che sfuggono ai controlli della polizia di frontiera hanno sempre continuato ad arrivare, alcuni giorni una trentina, altri ancora di più oppure nessuno. Ma quelli che arrivano giungono qui sempre in condizioni disastrose”. Le volontarie di Linea d’Ombra distribuiscono cibo e vestiti, curano le ferite che i migranti si sono procurati durante il lunghissimo viaggio a piedi e danno informazioni. Il tutto sotto gli occhi delle istituzioni (Trieste è governata da una giunta di centrodestra) e dei militari.

“Il rapporto con le forze dell’ordine è ambiguo, anche se siamo tollerati. La Questura ci ha permesso di presenziare anche in tempi di lockdown. È che mentre deportano ragazzi da una parte, quelli che riescono ad arrivare fino a qui li lasciano in cura a noi. Siamo funzionali: quando arrivano tante persone non ci sono mezzi per governare tutto e per le forze dell’ordine è meglio che, dopo le nostre cure, i migranti riescano a prendere un treno e se ne vadano. A volte arrivano i militari di Strade Sicure con i mitra e sembrano scene da film. Sappiamo che servono soprattutto come immagine”.

Il lockdown ha “regalato” alla Piazza del Mondo anche un altro tipo di supporto. “A marzo due colleghi medici guardando l’operato di Linea d’Ombra hanno fondato Strada SiCura, io mi sono unita un paio di mesi dopo”. Maria ha 27 anni e si è laureata in Medicina due anni fa. “Con il blocco dei mezzi di trasporto c’erano tante persone ferme: la figura del migrante in transito era bloccata senza nessuna tutela sanitaria, durante una pandemia mondiale. Non c’erano mascherine, guanti, igienizzanti. L’attività in piazza ci ha fatto fare il punto della situazione”. Il dialogo con il dipartimento di prevenzione è però pressoché inesistente. “Non ci sono state risposte, se non evasive, e nessun appuntamento. Abbiamo captato una resistenza passiva, sostanzialmente l’atteggiamento delle istituzioni è “se sono in transito, io non li vedo””.

Quando i medici di Strada SiCura scendono in piazza fanno un triage a tutti, cercando se oltre alle medicazioni di ferite da patologie da viaggio c’è qualcosa di più serio. “Quello che possiamo trattare lo facciamo con qualche antidolorifico o antinfiammatorio, non possiamo impostare terapie complesse tenendo conto del progetto migratorio della persona: se vediamo un dente che sarebbe da togliere, gli diamo un antidolorifico per tre giorni e l’indirizzo di un ambulatorio a Milano o sul confine con la Francia”. Chi decide di occupare il suo tempo libero in questo modo sa che non saprà mai se queste persone staranno meglio. “Non ci sentiamo impotenti, ma dobbiamo accettare il limite del contesto in cui ci troviamo, siamo qui a mettere una toppa”. I medici di Strada SiCura sono giovani: i fondatori, Beatrice e Daniele, hanno 27 anni, gli studenti 24 o 25. L’anziana del gruppo ne ha 34. “Il lockdown ha fatto da scintilla per qualcosa che era pronto a partire: non ci è restato altro che prendere coraggio per scendere in piazza e fare un’azione politica. Se non siamo noi medici a curare le persone, chi altro dovrebbe farlo?”.

Foto di Lorena Fornasir

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