It’s Christmas time in Venezuela. Il presidente Nicolas Maduro ha infatti decretato che quest’anno il Natale inizia dal 15 ottobre. La singolare misura è stata presa per cercare di stimolare l’economia del paese, già stremata da anni in cui il prezzo del petrolio (principale e quasi unica fonte di ingressi per il paese) è crollato, dalle sanzioni americane e ora dalla pandemia. “Stiamo cercando di stimolare con forza in queste ultime dieci settimane dell’anno il commercio nazionale in questa nuova normalità, proteggendoci insieme dalla Covid-19 e scommettendo sull’economia reale”, ha detto Maduro. Che cosa però significhi concretamente anticipare il Natale non si sa con esattezza: le chiese, osserva Deutsche Welle, non possono certo modificare né il tempo dell’Avvento né cambiare il calendario liturgico.

Analisti ed esperti sostengono che si tratti solo di una strategia per fare distogliere l’attenzione dalla pesante crisi nella quale versa il Paese. Maduro però ha annunciato che saranno implementare alcune misure nell’ultima parte dell’anno: riapertura graduale delle località turistiche del paese a partire dal primo dicembre sotto rigidi protocolli di sicurezza, garantire che gli ingredienti della hallaca (maiale, pollo, peperoni, cipolla, peperoncino, uova, mandorle, farina e banane), piatto tipico delle feste natalizie, vengano venduti a prezzi giusti attraverso una relazione diretta con gli agricoltori e i supermercati e la distribuzione attraverso comitati locali di approvvigionamento e produzione. Poi microcrediti alle nuove piccole e medie imprese, perché possano iniziare subito in questo periodo la loro attività, mercatini di Natale autorizzati dalle autorità locali, da fare all’aperto e con una capienza massima di persone, e garantire l’acquisto dei regali con alleanze tra l’industria e i distributori dei diversi articoli. Per sapere se il Natale anticipato funzionerà bisognerà però aspettare fine anno, anche se già abbondano meme e sfottò sui social.

Sul fronte Covid-19 al momento sono 87.644 i casi e 747 i morti. La vicepresidente Delcy Rodríguez ha assicurato che “il 93 per cento dei pazienti sono guariti grazie alle terapie gratuite garantite da Maduro”, ma il 20 ottobre infermieri e operatori sanitari sono scesi per le strade di Caracas a protestare contro i loro “salari da fame”, che li costringono ad una “povertà estrema” e contro le condizioni di alto rischio in cui sono costretti a lavorare. Davanti alla sede del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Pnud), i manifestanti, guidati da Ana Rosario Contreras, presidente dell’Ordine degli infermieri della capitale, hanno consegnato un documento a Michelle Bachelet, Alto Commissario Onu, perché si guardino “le condizioni indecenti e di alto rischio in cui siamo costretti a lavorare”.

Negli ospedali venezuelani, ha denunciato Contreras, “manca l’acqua potabile, i respiratori, le unità di terapia intensiva e il personale se ne va perché è stanco di avere fame. Non c’è un’assistenza di qualità, non si possono fare esami di laboratorioradiografie”. I salari degli infermieri, secondo quanto ha spiegato, “non arrivano ai 4 dollari mensili. Non possiamo soddisfare le necessità dei nostri figli”. È dall’anno scorso che il sindacato degli infermieri chiede al governo uno stipendio base equivalente ad almeno 600 dollari. Non sono mancate le critiche anche al sistema di gestione della pandemia “7+7”, progettato dal governo, che prevede una settimana di restrizioni (in cui possono muoversi solo le persone che hanno ricevuto specifiche autorizzazioni o lavorano nei servizi prioritari) e una di riapertura. Secondo gli infermieri infatti “non ha alcun criterio scientifico”.

Tra le altre misure prese dal governo c’è la restrizione dei voli su tutto il territorio nazionale fino al 12 novembre e mentre nella diplomazia dei vaccini il Venezuela ha scelto di affidarsi principalmente, ma non solo, ai paesi tradizionalmente amici, quali Cina, Russia e Cuba. Il 2 ottobre è arrivato infatti il primo lotto con duemila dosi del vaccino russo anti-Covid, Sputnik V, per partecipare alla fase 3 di sperimentazione (tra i volontari ci saranno anche il figlio e la sorella di Maduro), mentre dal secondo trimestre 2021 verrà testato il vaccino cinese. Il Venezuela parteciperà anche alle prove cliniche del vaccino cubano ‘Soberana 01’ , e attraverso Argentina e Messico, a quelle del vaccino di Oxford messo a punto dalla casa farmaceutica AstraZeneca.

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