Il primo re è diventato Romulus. Da film a serie. Sì, facciamo il paragone. Inevitabile. Intanto, non può passare inosservato il fatto che il successo, o anche solo la curiosità, per la felice esperienza su grande schermo (2019) sia stata forsennata, sfrondata, scossa, come fosse l’albero della cuccagna per ricavarci la dilatazione standard della serialità (siamo nemmeno nel 2021). Lo showrunner del resto è Matteo Rovere, regista del film, dei primi due episodi della serie, longa manus su entrambi i fronti del team produttivo Groenlandia con cui si è rinnovato in maniera esponenziale il cinema di genere al livello industriale in Italia nell’ultimo lustro/decennio.

Dicevamo della curiosità, addirittura della sorpresa che è poi l’elemento basico di questa ricerca storico/antropologica che sorregge serie (e sorreggeva il film). Ovvero immergersi nuovamente in un periodo storico per nulla battuto dalla rappresentazione artistica – il Lazio dell’ottavo secolo avanti cristo – con tutta questa sgranatura di occhi dei protagonisti (e dello spettatore) di fronte ad una ritualità arcaica, sconosciuta, primitiva, e nell’ascolto di un proto latino indecifrabile e fascinoso (rimarrà in originale nelle vendite estere?). L’incipit seriale richiama quello del film con una massa di uomini schiavi impauriti spinti con violenza dalle autorità del villaggio di Velia per il rito di iniziazione con rischio mortale: sei mesi in solitaria nel bosco degli spiriti per sopravvivere alla dea selvaggia Rumina. Se, appunto da quel gruppuscolo di schiavi ne Il primo re nasceva la rivolta, la fuga, infine la trasformazione del drappello allo sbando in prodromo della fondazione di Roma, qui – almeno nei primi tre episodi – rimaniamo nel pedinamento boschivo, nella capsula spaziotempo della sopravvivenza fisica e mentale, come della selezione naturale del leader tra gli iniziati.

Dall’altro lato la storia inizia egualmente tra le incertezze di sopravvivenza dei trenta popoli della “Lega Latina” che vivono da anni sotto la guida di Numitor, re di Alba. Purtroppo nell’area non piove da tempo e affidando il proprio istintivo sistema culturale alle premonizioni e ai segni, ecco che tutte le popolazioni convenute e i loro re assistono al rito dell’aruspice che liberando uno stormo di uccelli sentenzia: per avere acqua dal cielo bisogna sacrificare barbaramente Numitor con relativo esilio previo accecamento con sbarra di ferro ustionante. Saranno i nipoti di Numitor, Yemos (Andrea Arcangeli) e Enitos (Giovanni Buselli), a succedergli, ma il fratello di Numitur, Amulius (Sergio Romano) fomentato dalla sete di potere della macbethiana moglie Gala (Ivana Lotito, fidanzata di Checco Zalone in Cado dalle nubi ndr), trama per spodestare con tutti i mezzi possibili i due ragazzi. I due bordoni narrativi scorrono paralleli per un po’ fino a quando Yemos confluirà suo malgrado tra gli iniziati in gara di sopravvivenza in mezzo al bosco.

Dicevamo di questa curiosità ossessiva per il non noto dell’ottavo secolo a.c. Rovere e gli sceneggiatori Filippo Gravino e Guido Iuculano (nel film Gravino-Rovere-Francesca Manieri) sembrano proprio rivolti a questa necessità conoscitiva ed intellettuale, a questa esibizione del dato mai visto e sentito, o ancora mai rappresentato. Facciamo qualche esempio dal più evidente e strutturato ai singoli dettagli. Macro: sottotesto che riemerge carsico delle Vestali – tra cui Ilia (Marianna Fontana, vista in Capri Revolution) è pura sorpresa visiva con quell’interramento, quel sotterraneo isolato dal resto del villaggio, quella clausura al femminile ante litteram, le grate di separazione, che fa girare le rotelline del proprio sapere in modalità registrazione per la prima volta. Micro: il gattino che sbuca da una sacca come regalo da un re amico a Yemos e Enitos, chiamato Mau, creatura sconosciuta proveniente dai “territori oltremare”, ma anche la carcassa di un probabile animale preistorico rintracciato in mezzo al bosco dai fuggitivi.

Ancora: tutta la rappresentazione della leggenda legata ai Luperci (i ragazzi in fuga) e all’apparizione guerriera de La Lupa (Silvia Calderoni, ovvero quando la tv attinge dal prezioso teatro contemporaneo) è addirittura il lancio del sasso di un’ipotesi in uno stagno di vuoto storico ufficiale. Insomma, Romulus ha questo quid che persuade, forgia, marchia il progetto. Poi, però, c’è la serialità che richiede tempi, ritmi, sospensioni, dilatazioni, ripetizioni oltre l’umana sopportazione (in generale, per carità). E qui Romulus diventa scontato, sovrapponibile, già visto. La tessitura della trama segue l’oramai frusta dicotomia duale buono versus cattivo che, ma lo mettiamo solo come esempio di originalità e di coraggio compositivo, ne Il primo re veniva elaborata prima magicamente nella lotta dell’uomo contro la natura, poi si contorceva su un inatteso fratricidio. Il modello seriale, invece, richiede sacrifici e il dazio si paga. Apici sempre e solo nel contesto dello scontro fisico (il taglio della gola, l’esecuzione estemporanea, la prova sadica), sconfinamenti in Game of thrones (una delle produzioni seriali contemporanee che più ci repelle) con la sequenza hard, nudità e sesso esibiti in un threesome per un Amulius impotente, poi conclusa con la masturbazione istantanea e precoce della convenuta moglie Gala. Insomma, quell’immaginazione da fantascienza (in fondo mettere in scena visivamente uno stralcio di passato inimmaginabile è come farlo per un futuro altrettanto inimmaginabile), quella stimolante e accurata metodica ricostruttiva, si annacquano nell’appiattimento di prevedibili ricette narrative meccaniche buone per tutte le stagioni della vendita. Va bene la tecnica, va bene il ‘droneggiare’ oggettivo dall’alto, ma il racconto deve anche pulsare e questi personaggi vivere oltre la tensione del climax. Felici sì per i risultati produttivi internazionali raggiunti, ma il risultato finale ci lascia un tantino indifferenti. Su Sky e Now tv dal 9 novembre.

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