Nel balletto mediatico attorno a una catastrofe di proporzioni inaudite – quale il Coronavirus – va totalmente perduta la consapevolezza di quanto la situazione sia grave. E non tanto per la presenza di qualche risibile gruppuscolo di macchiette negazioniste o di pittoreschi epigoni del Don Ferrante manzoniano, in ritardo di mezzo millennio; i quali, come l’erudito secentesco negava l’esistenza della peste in quanto non inquadrabile secondo le categorie aristoteliche, oggi si atteggiano a fenomeni impavidi e incrollabili davanti a quanto definiscono “nient’altro che un’influenza”, mentre attorno a loro la moria dilaga.

Molesti almeno quanto le vestali e i vigilanti di una Costituzione immaginaria, di cui denunciano calpestii e tradimenti, fondativi di un ipotetico totalitarismo sanitario ovviamente illiberale, quando non si registra tra i diritti previsti dalla veneranda Carta quello di infettare il prossimo.

Neppure fanno densità minimizzatrice i virologi di corte – i Zangrillo, i Bassetti del Covid bonaccione – palesi nell’intento di lusingare i loro signori destrorsi offrendo ricostruzioni consolatorie ad uso dei relativi target elettorali. Opera a cui si accodano i pensosi articolisti e opinionisti all’orecchio di interessi organizzati, che non vedono l’ora di liberarsi del governo giallo-rosa e di quel suo premier alieno.

Intenti piuttosto scoperti, che si ritorcono contro gli stessi banditori ridotti a imbonitori; come il filosofo di casa Fca/Gedi Massimo Cacciari, le cui ospitate televisive all’insegna della concitazione ripropongono le sonorità caciarose di un Vittorio Sgarbi e le modalità argomentative alla Gino Bartali (quello del tormentone “è tutto da rifare”, immancabile nei processi alla tappa del Giro d’Italia).

Per non parlare dei buonismi zuccherosi sciorinati dai candidati al paradiso del politicamente corretto – i Valter Veltroni o i Beppe Severgnini – così preoccupati del mancato coinvolgimento dei leader dell’opposizione nelle decisioni sul che fare. Come se non fosse evidente che Giorgia Meloni e Matteo Salvini non hanno la benché minima idea di cosa bisognerebbe fare, da proporre come contributo per un confronto utile, essendo interessati (e in grado) soltanto di sbraitare contro il governo e mettere i bastoni tra le ruote. Nell’unica pratica espressiva loro nota: il comizio di piazza.

Ma tutte queste anime – belle o bruttarelle che siano – fanno solo brusio, mentre resta sullo sfondo il vero problema evidenziato da questo ininterrotto talk show inconcludente: la gravità rappresentata dall’assoluta mancanza di una strategia per combinare lotta alla pandemia e contrasto dell’altra catastrofe imminente, quella del sistema economico-produttivo.

Un programma articolato, che coniughi quanto abbiamo saputo fare – cioè il contenimento del virus (fino a quando interessi potenti non hanno imposto il “liberi tutti” estivo che ha causato la recrudescenza del virus) – con un progetto di ri-orientamento allo sviluppo di un’economia stagnante da decenni. E per fare questo ci vogliono idee forti (che la politica sappia poi trasformare in mobilitazione collettiva), non certo le rimasticature disastrose dei reaganismi deregolativi o gli intenti accaparrativi confindustriali.

Occorrono competenze, non filosofie dei preliminari o macroeconomisti che non hanno mai visto un’unità produttiva in vita loro. Semmai socio-economisti dello sviluppo, come lo erano decenni fa Giorgio Ruffolo qui da noi e Albert Hirschman a livello mondiale. Profili intellettuali che pure sarebbero ancora a disposizione; anche dalle nostre parti. Donne e uomini di qualità.

Come Francesca Bria, già assessore alla smart city nel comune di Barcellona, o Mariana Mazzucato, docente di economia dell’innovazione nell’Università del Sussex, che il governo ha contattato ma non si capisce quanto ne recepisca le ben note capacità propositive, che non diventano dibattito pubblico (visto il ruolo secretatore svolto dal “Rasputin light” della comunicazione di Palazzo Chigi, Rocco Casalino). Venendo ai maschietti, come Fabrizio Barca. Che la settimana scorsa dalla Gruber in pochi minuti ci ha offerto più spunti di politica industriale dell’interminabile chiacchiera inconcludente su “Conte sì, Conte no”, da cui siamo ammorbati.

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