Trent’anni fa, era il 15 ottobre del 1990, venne conferito il Nobel per la pace a Mikhail Gorbaciov, allora segretario del Partito Comunista dell’Unione sovietica e presidente dell’Urss (il mandato fu approvato il 15 marzo dello stesso anno) e per tantissimi fu un momento di grandi speranze. Non era trascorso nemmeno un anno da quando era caduto il Muro di Berlino. Appena dodici giorni prima, il 3 ottobre del 1990 c’era stata la riunificazione ufficiale della Germania e il presidente tedesco Richard von Weizsacker, che ho avuto il piacere di conoscere (parlava un ottimo italiano) suggellò l’epocale evento stabilendone la dinamica geopolitica: “E’ giunto il giorno in cui, per la prima volta nella storia, la Germania intera ha trovato la sua collocazione permanente nell’ambito delle democrazie occidentali”.

Il Nobel, di fatto, recava un messaggio d’ottimismo al mondo: la Guerra Fredda era finita. Grazie a Gorbaciov e alle sue coraggiose ma anche assai contrastate riforme legate alla perestroijka e alla glasnost, come alla uskorenie, l’accelerazione dello sviluppo economico, che incentivò la creazione di cooperative e l’attività del settore privato, sia pure in modo ancora timido e limitato alla ristorazione, al settore manifatturiero e del commercio.

Era chiaro a Gorbaciov e al suo staff di giovani economisti che l’Urss stava sprofondando in una crisi spaventosa, aggravata da insensate politiche industriali e dall’insostenibile spesa per l’apparato militare. Infatti una delle prime mosse da segretario del Pcus (carica più alta nelle gerarchie del partito comunista e dell’Urss) fu quella di incontrare il presidente americano Reagan l’11 ottobre del 1986 a Reykyavik, in Islanda, per trattare la riduzione degli arsenali nucleari installati in Europa. L’anno dopo venne firmato il Trattato INF in cui era prevista l’eliminazione delle armi nucleari a raggio intermedio in Europa. Poi iniziò un periodo di progressiva smobilitazione delle forze sovietiche, a cominciare dal ritiro delle truppe in Afganistan, per finire con la consistente riduzione militare sovietica nei Paesi del Patto di Varsavia, in cui annunciò che la cosiddetta “dottrina di Breznev” non sarebbe più stata applicata. Significava che i Paesi un tempo sotto il tallone dell’Urss potevano scegliere democraticamente e in autonomia il loro destino.

Ma anche all’interno dell’Unione Sovietica, l’attività riformatrice di Gorbaciov cercava di dare un taglio al cupo e repressivo passato sovietico, applicando la glasnost (trasparenza): fu concessa più libertà d’espressione e di religione, la stampa fu meno sottoposta a controlli e censura e migliaia di prigionieri politici e di dissidenti poterono tornare a casa. Insomma, l’Urss stava cambiando radicalmente, e Gorbaciov, ne era il taumaturgo. Voleva modernizzare il Paese, e attenuare la contrapposizione con l’Occidente.

Anni dopo, Gorbaciov confesserà al settimanale tedesco Der Spiegel che le sue furono scelte obbligate, “non si poteva più andare avanti così”, la perestoijka, per esempio, fu l’ultimo, disperato, inevitabile tentativo per per correggere un sistema “ossificato”, strangolato dalla bancarotta economica ma anche da quella politica. Peccato che le sue furono mezze riforme e aperture al mercato timide, confuse. Ma questo lo avremmo capito dopo. Quando gli viene dato il Nobel, è all’apice della popolarità in Occidente. Non in Urss. Eppure, ancora oggi, egli è convinto di avere agito per il bene dei russi e dei popoli vicini, i polacchi, i cechi, i bulgari, gli ungheresi, i tedeschi della Ddr: “Non potevo negare i diritti di libertà e di democrazia”.

Non poteva immaginare che un anno il trionfale Nobel per la pace gli intrighi all’ombra del Cremlino l’avrebbero detronizzato. Né supporre che al sistema bloccato dalla Guerra Fredda sarebbero seguite, come scrive lo storico Valerio Castronovo (mio professore di Storia Moderna alla Statale di Milano), strutturali fragilità globali.

Trent’anni fa, come mi ricorda l’amico Aleksej Teknenko, col quale ho lavorato per anni a Mosca, “l’Unione Sovietica stava emanando i suoi ultimi respiri. Lo si temeva e si aspettava (molti con timore, molti con battiti al cuor sempre più forti, molti con orrore), vista la crescente strisciante arroganza dei dirigenti delle repubbliche sorelle che per decenni avevano fatto capo all’Urss, soprattutto quelle del Baltico”. Il punto di vista “interno” di Alexei è interessante: “Gorbaciov non voleva né capirlo né ammetterlo. Anzi, si sforzava per evitarlo lavorando alla stesura di un nuovo documento che per lui avrebbe dovuto essere fondamentale: ‘Trattato dell’Unione’. La sua adozione fu silurata dal golpe del 1991”. La verità è che la stima e la simpatia dei cittadini russi per Gorbaciov non era generale ed assoluta, nonostante che i ceti intellettuali e la parte più dinamica dei sovietici l’apprezzavano, ben capendo che il suo apporto nel disarmo internazionale, nello scongiuramento della minaccia nucleare e di un immaginabile conflitto con gli Stati Uniti era davvero grande. Ma la condizione materiale delle famiglie era deplorevole, le loro tasche come i loro frigoriferi erano vuote, “tutto in crescente degrado, assieme alla crisi economica”.

Il Nobel “per Gorby era meritato, ma l’Occidente ha avuto la possibilità di stimarlo di più, soprattutto dopo che dette il consenso alla demolizione del Muro di Berlino, alla riunificazione della Germania e al ritiro delle truppe sovietiche. Però, è lo stesso momento in cui la simpatia dei russi verso Gorbaciov calò notevolmente, specie tra la classe lavoratrice d stampo patriottico-comunista”. Circolano allora le prime voci su Gorbaciov “traditore”, il leader che aveva svenduto “il campo socialista” all’Occidente.

Tutto ciò spianò la strada al golpe dell’agosto 1991, e all’avvento di Boris Yeltsin. Le grandi speranze cominciarono ad incrinarsi. Yeltsin era un politico arrogante e populista, la Russia un Paese in preda a derive d’ogni genere, nel Medio Oriente la situazione era incandescente, nei Balcani Croazia e Slovenia si erano ribellate alla Serbia… il Nobel a Gorbaciov in fondo era stata una celebrazione un poco stolida con cui si festeggiava la fine della Guerra Fredda. E quando l’Urss si dissolse, e con lei il già traballante potere di Gorbaciov, ci fu chi proclamò la grande vittoria del modello incarnato dall’Occidente, ormai, per usare una celebre formula ciclistica, “solo al comando”. Ci fu chi teorizzò l’unipolarismo, se non addirittura il monocentrismo politico.

Ma la supremazia degli Stati Uniti durò qualche lustro, per via della rapida evoluzione di nuovi soggetti: la Cina, la Russia di Putin, le potenze regionali come la Turchia. E per colpa della durissima crisi finanziaria del 2008, l’anno in cui l’Occidente perse gran parte della sua credibilità. I sogni della pace globale si sono dissolti. Una nuova Guerra Fredda incombe, le disuguaglianze sociali ed economiche condizionano ormai la politica di Stati Uniti e dell’Europa, si sviluppano divari insostenibili tra la soccombente classe media e l’élite finanziaria e manageriale, il welfare state è sottoposto ad attacchi continui, a erosioni sistematiche, il cittadino si sente sempre più ostaggio di governi incapaci di gestire sviluppo equilibrato e progetti a lungo raggio, le classi dirigenti sono incapaci di portare fiducia. Non ci sono più sogni, nella politica. Quello di Gorbaciov fu l’ultimo, fu un’illusione.

Paradossalmente, dopo le dimissioni forzate di Gorbaciov, i russi provarono per lui più simpatia di prima, quando cioè era al timone dell’Urss. Cè un detto, dalle parti di Mosca: “In Russia il popolo ama chi è offeso, umiliato e calpestato”. Gorbaciov, dopo aver subìto l’umiliazione politica del gruppo di Yeltsin, rassegnò le dimissioni anche perché ormai conscio che l’Unione Sovietica, di cui era presidente, non esisteva più. Sullo sfondo cruento e caotico della real politik che pervase la nuova Russia degli anni Novanta (la privatizzazione ladronesca, la incessante svalutazione del rublo, il dissesto economico sotto il governo di Gajdar…) Gorbaciov ha creduto che ci potesse essere spazio per una sua rivincita politica e si candidò alle presidenziali del 1996, contro altri sei concorrenti. Rimediò un misero 0,51 per cento. E abbandonò ogni velleità. Ma non quelle di continuare a credere che il futuro non può essere ostaggio della meschinità politica.

Se è vero che si dice: “La vita punisce chi arriva in ritardo”, è altrettanto vero che c’è sempre tempo per immaginare un futuro senza supermissili da esibire nelle sfilate della Piazza Rossa. Spesso, Giustizia e Storia non vanno a braccetto.

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