Rossana Rossanda, che si è spenta nelle scorse ore all’età di 96 anni, è una delle figure che hanno tenuto a battesimo – in senso sia ideale che concreto – la nostra associazione. Era il marzo del 1985 quando venne pubblicato il primo numero della rivista che portava il medesimo nome, Antigone. La rivista era veicolata dal quotidiano Il Manifesto e voleva costituire uno spazio di riflessione per pensatori dalla formazione culturale anche diversa tra loro, quali tra gli altri Stefano Rodotà, Massimo Cacciari, Mauro Palma, Luigi Ferrajoli, Luigi Manconi, Luca Zevi, Giuseppe Bronzini. E, appunto, Rossana Rossanda.

Spazio di riflessione su che cosa? Il sottotitolo della rivista era Bimestrale di critica dell’emergenza. L’emergenza di allora, una delle più evidenti che la storia italiana ci abbia gettato in faccia, era quella che proveniva dall’epoca della lotta armata e alla quale l’istituzione aveva risposto con norme e prassi che configuravano troppo spesso abusi giuridici di tipo procedimentale e sostanziale.

Ma la critica dell’emergenza portata avanti dalla rivista Antigone andava oltre il contesto politico del momento e voleva riflettere sul corretto utilizzo che il potere costituito può e deve fare di un diritto penale che rimanga sempre ordinario, senza modificare se stesso a seconda, da un lato, dei singoli accadimenti che si trova ad affrontare e, dall’altro, delle emergenze che la società si trova a percepire di volta in volta come tali (e tra le due cose, come abbiamo ben imparato, non sempre vive un rapporto di causalità, dato il potere e spesso l’abilità della politica di indurre questa o quella percezione di pericolo anche a prescindere da qualsiasi conoscenza del dato di realtà).

Rossana Rossanda – insieme ad altri, tra cui l’attuale Garante delle persone private della libertà, Mauro Palma – aveva costituito all’inizio degli anni 80 il Centro di documentazione sulla legislazione di emergenza. Proprio nel rispetto del principio di realtà, il Centro intendeva monitorare i cambiamenti apportati alla legislazione per combattere le bande armate, ma anche lo svolgimento concreto dei relativi processi penali.

Giornate intere trascorse nelle aule di giustizia, prendendo appunti su quanto accadeva in procedimenti quali quello contro esponenti del movimento extraparlamentare Autonomia Operaia, noto come “Processo 7 aprile” e da molte parti – Amnesty International, per non fare che una citazione – criticato per l’uso spropositato della custodia cautelare e per la presunzione di colpevolezza del pubblico ministero (il cosiddetto “teorema Calogero”).

E una ricostruzione matematica del panorama giudiziario – mancante alla maggioranza delle proposte che pendevano in Parlamento per riequilibrare un sistema punitivo che le leggi emergenziali avevano reso folle – che ci mostrava l’enorme incidenza sulle pene comminate di un’interpretazione ampia del “concorso morale” (per cui si trovavano a rispondere di reati anche molto gravi persone che di fatto non vi avevano partecipato) o l’allungamento a dismisura della custodia cautelare ottenuto attribuendo tante imputazioni analoghe “per fatti connessi” così da poter ricominciare il computo per ciascuna di esse.

Rossana Rossanda spendeva la propria voce per una soluzione politica di quegli anni, per una riflessione collettiva che fosse capace di comprendere cosa era accaduto nella società, senza limitarsi a espungere dal concetto di società stessa quella parte che si era unita al movimento, trattandola – con poca distinzione tra armi e non armi – come una malattia da curare con il solo strumento di ordine pubblico. L’esigenza di riflessione collettiva su pezzi, anche tragici, della propria storia non può che arricchire la convivenza e sicuramente quell’occasione mancata ce la portiamo ancora dentro.

Questa esigenza, non raccolta all’esterno, Rossana Rossanda l’aveva trovata nelle carceri. Nel primo numero della rivista Antigone, parlando del movimento di coloro che in carcere cominciarono a riflettere sulla dissociazione, scriveva che “esso rappresentava infatti il bisogno di riflettere criticamente su di sé e sulla sconfitta, come prodotto non solo della forza del “nemico” ma della debolezza delle proprie premesse o conclusioni; tuttavia conservando l’ispirazione dei bisogni radicali che il movimento aveva inteso interpretare, anche se le sue pratiche li avevano talvolta immiseriti o contraddetti, armate o no che fossero. Gli armati furono sempre una minoranza, ma non si intenderà nulla della dissociazione se non si intende come essa si rivolgesse a tutto un movimento antagonista alle cui radici si sentiva legata”.

Dall’esperienza della rivista nacque anni dopo, nel febbraio 1991, l’associazione Antigone, di cui Mauro Palma fu il primo presidente. Da allora tante cose sono cambiate, nella storia d’Italia e nelle esigenze. Sono cambiate le distorsioni nell’uso dello strumento penale contro le quali ci siamo trovati a intervenire. Non è cambiata però, nel lavoro di Antigone, l’importanza che diamo all’insegnamento secondo cui ogni opinione deve partire dalla conoscenza del proprio oggetto di studio, non da percezioni indotte bensì da fatti e numeri, pur giustamente letti e interpretati attraverso i propri valori di riferimento.

Non è cambiata l’importanza che diamo all’idea che la lettura dei processi sociali o è complessa o non è affatto, rinunciando – con il trascurare soggetti o ambiti per loro portatori di significato – a essere una lettura e trasformandosi in un pericoloso strumento di manipolazione. Non è cambiata l’importanza che diamo a un diritto penale che non sia mai vendetta o espunzione di categorie di persone dal dibattito sociale. Per tutto questo e per altro ancora, grazie Rossana.

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