di Andrea Taffi

Ogni volta che in Italia c’è una tornata elettorale diversa da quella per la formazione dei due rami del Parlamento, scatta uno degli sport nazionali del nostro amato Paese, quello cioè di capire quanto il risultato delle elezioni amministrative influenzerà la tenuta del governo di turno. Ecco, quindi, alcuni commentatori politici dire che sì, il risultato elettorale locale avrà (dovrà avere) un effetto sul governo (costringendolo alla crisi o a non si sa bene che cosa): nel caso le forze politiche che compongono la maggioranza dovessero perdere voti, cedere il passo all’opposizione.

Poi c’è chi, invece, dice che le elezioni amministrative sono una cosa e le politiche un’altra, e che i risultati delle prime non possono ripercuotersi su ambiti di sola pertinenza delle seconde. Io non lo so chi ha ragione e chi no. Certo, in passato alcuni presidenti del Consiglio si sono dimessi perché uno dei partiti della maggioranza ha perso una regione, e con essa un gruppo di elettori un po’ troppo elevato. Altra politica? Alta politica? Non lo so.

Questa volta a rendere tutto più esasperato, più in grado di alimentare il dibattito sul tema, ci si è messo anche il referendum costituzionale sulla legge che ha ridotto il numero dei parlamentari. Una legge fortemente voluta dal Movimento 5 stelle e alla quale il Pd ha dovuto giurare fedeltà per poter entrare nel secondo esecutivo Conte. Per questo, dicono alcuni, chi vota “no” al referendum lo fa per mandare a mare il governo in carica, chi vota “sì”, ovviamente no. Per questo Zingaretti, anche se con un certo ritardo, ha dettato la linea del Pd tutta in favore del sì al referendum.

Insomma, del taglio dei parlamentari, così come del governo di alcune regioni (certe simbolo della sinistra, come la Toscana), sembra proprio non interessare niente a nessuno, con buona pace del popolo votante. Ebbene, al netto di tutto ciò, penso che la discussione sulle conseguenze del voto amministrativo e referendario sia semplicemente oziosa. Secondo me, il governo Conte non cadrà, né sarà in alcuna maniera condizionato dalla eventuale (possibile?) sconfitta elettorale.

E questo non tanto perché le amministrative e il referendum sono (e devono essere) cosa diversa dalle politiche, perché differenti sono le istanze sulle quali si deve pronunciare l’elettorato, ma per lo stesso motivo per il quale il governo Conte 2 è nato, sta in piedi e, quindi, non cadrà prima della fine della legislatura: la paura di Salvini e delle destre tutte, della loro possibile vittoria in caso di nuove elezioni nazionali.

Questa paura, che è tutt’altro che teorica, è il vero collante dell’attuale governo, ed è tanto forte e reale da alimentare un paradosso. Più alle prossime regionali la vittoria della destra sarà evidente, più la paura di un Salvini premier crescerà, con la conseguenza che il governo sarà ancora più unito e determinato per cacciare quella paura, per scongiurare quell’incubo. Insomma, più le elezioni amministrative andranno male, più il governo resisterà. E però, il fatto che il governo Conte 2 stia in piedi solo per la paura di Salvini non deve farci pensare che non possa combinare niente di buono.

Il taglio del numero dei parlamentari è un esempio che dimostra una potenziale capacità del governo, un ottimo inizio, viatico di altre auspicate riforme strutturali. Ma (secondo me) l’obiettivo che la paura di un prossimo governo delle destre dovrebbe condurre a raggiungere è lui: Giuseppe Conte.

Dovrà essere lui (a mio giudizio) il nuovo collante del futuro governo, perché solo lui è in grado di tramutare quella paura in un nuovo collante, ossia quello delle buone idee, del buon governo, tutte cose che possono concentrarsi intorno alla figura di un uomo che ha saputo dimostrare quanto sia necessario non essere un politico per fare della buona politica.

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