La storia la conosciamo. Nella notte tra il 5 e il 6 settembre William Monteiro Duarte ha perso la vita a seguito di un pestaggio a Colleferro, in provincia di Roma. Il gip di Velletri ha poi convalidato l’arresto di Mario Pincarelli, dei fratelli Gabriele e Marco Bianchi, e ha concesso i domiciliari alla quarta persona che sarebbe coinvolta nel pestaggio, Francesco Belleggia.

La narrazione giornalistica, si sa, ha bisogno di sottotrame per arricchirsi di dettagli, suscitare tumulto emotivo e in ultima istanza generare clic – che poi vengono convertiti in introiti pubblicitari. Una delle sottotrame principali di questa triste narrazione è il background sportivo dei fratelli Gabriele e Marco Bianchi, entrambi praticanti delle Mma, le mixed martial arts.

“Picchiatori di professione”, “specialisti di Mma”, “esperti di arti marziali miste”. Queste le espressioni utilizzate da giornalisti, blogger e utenti semplici per definire i fratelli Bianchi, e indirettamente esaurire ogni necessità di ulteriore approfondimento. Della serie, la morte di Willy è una conseguenza logica del fatto che i suoi assassini sono addestrati a uccidere. Trovato il capro espiatorio, finita l’analisi critica.

La definitiva degenerazione del fatto di cronaca da parte dei media online avviene giorni fa per mano di Massimo Giannini, direttore de La Stampa. In un tweet del 7 settembre Giannini propone di tagliare la testa al toro e smettere di guardare al dito, anziché alla Luna. Per il direttore bisogna “bandire certe discipline marziali e chiudere le relative palestre”. Chiuse le palestre, risolto il problema – dice Giannini.

Facciamo un bel respiro, torniamo a ragionare e passiamo alla contronarrazione.

Punto primo, le arti marziali miste non insegnano a uccidere. La campagna di diffamazione verso questa disciplina ha portato Luca Di Tullio, maestro dei fratelli Bianchi alla Mma Academy di Lario, a doversi difendere pubblicamente spiegando che bullismo e prepotenza non sono valori propagandati dalla sua palestra, né da questo sport in generale. Al contrario, il combattimento in palestra si basa su disciplina e rispetto.

Punto secondo, Gabriele e Marco Bianchi non sono professionisti delle arti marziali miste. Ce lo fa notare Alessio Di Chirico, tra i pochi combattenti italiani insieme a Marvin Vettori a lottare nella Ufc – principale organizzazione al mondo di Mma. Per il fighter romano i fratelli Bianchi non sono professionisti. “Hanno fatto qualche incontro e da quello che so erano inattivi”. Inattività confermata anche dallo stesso maestro.

Punto terzo, le palestre di Mma non accolgono killer. Negli ultimi decenni gli sport da combattimento si sono democratizzati aprendosi a tutte le fasce della popolazione. Si è gradualmente usciti dal cliché del ragazzo povero che inizia a combattere per cercare un riscatto sociale. Le arti marziali miste, così come le altre discipline di combattimento, offrono oggi corsi per bambini, donne e chiunque se ne interessi.

Punto quarto, arti marziali e sport da combattimento sono utili per l’autodifesa. La cronaca contemporanea è piena di episodi in cui, grazie alla padronanza di una disciplina da combattimento, una persona è riuscita a salvare la pelle da un attacco o a difendere la vita di altri. Allenare il corpo e la mente al combattimento significa soprattutto aumentare le possibilità di uscire indenni da inaspettate situazioni di pericolo.

Punto quinto, se le palestre di Mma chiudessero non sparirebbe la violenza sociale. Una persona aggressiva e frustrata resta comunque un pericolo per la società. L’utilizzo di armi, un’imponente massa corporea o l’attacco in superiorità numerica sono tutte variabili che comunque possono portare una persona a uccidere, o comunque a fare male. E questo a prescindere da quanto si padroneggi uno sport di combattimento.

L’argomento è fallace, come spesso accade. Sovente nella storia del clubbing, ad esempio, a seguito di incidenti mortali si è tentato di presupporre che chiudendo le discoteche sarebbe sparito il problema della droga. Falso: gli utenti delle discoteche avrebbe comunque trovato un altro luogo dove assumere sostanze stupefacenti. L’ambiente influenza la persona, ma non ne determina il comportamento in modo assoluto.

Nel caso delle palestre di Mma, e degli sport da combattimento in generale, è addirittura valido il contrario. Gli atleti riescono a dirottare energie negative acquisite nella vita quotidiana all’interno della palestra – in un contesto protetto, guidato e consapevole. La gabbia, o il ring, diventano perimetri sportivi in cui convogliare paure e sofferenze della vita quotidiana. Combattere acquisisce una funzione terapeutica.

Bisogna interrompere la campagna di diffamazione online a carico delle arti marziali miste, e smetterla di iper-semplificare questioni complesse cercando un capro espiatorio a portata di clic. La regola aurea, che vale tanto per gli sport da combattimento quanto per l’ingegneria aerospaziale, è quella di esporsi a parlare delle cose solo se le si conosce davvero. Viceversa, si rischia solo di fare brutta figura. Un abbraccio al direttore Giannini.

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