“I fratelli Bianchi mi hanno consigliato di mantenere il silenzio”. Francesco Belleggia, uno dei quattro arrestati riconducibili al “branco”, davanti ai pm si è trasformato in teste chiave per inchiodare alle loro responsabilità i presunti assassini di Willy Monteiro Duarte, il 21enne ucciso la notte fra sabato 5 e domenica 6 settembre a Colleferro. A lui, il cui litigio con Federico Zurma (compagno di banco di Willy) aveva scatenato la “rissa alla Trainspotting” – così definita da fonti investigative – scatenatasi nel centro della cittadina in provincia di Roma, i “gemelli” Gabriele e Marco Bianchi avevano “consigliato” di non rivelare nulla delle loro condotte, nella speranza (forse) di farla franca.

Il patto dei sei di Artena a bordo dell’Audi Q7 – Così non è stato. Perché Belleggia ha confermato tutto al gip, rompendo il “patto” instaurato dal gruppo dei sei ragazzi di Artena a bordo dell’Audi Q7 di proprietà della compagna di Alessandro Bianchi, il fratello maggiore non coinvolto nella vicenda. A bordo del suv, dopo la rissa, oltre a Belleggia e ai “gemelli” c’erano anche Michele C. – che avrebbe telefonato a Mario Bianchi per chiedere “rinforzi” dopo il primo litigio nel quale era entrato anche Pincarelli – e altri due giovani, Vittorio T. (il quinto indagato) e Omar. Mario Pincarelli avrebbe raggiunto la cittadina dei Monti Lepini a bordo di un altro veicolo. Francesco, tuttavia, nel gruppo era quasi un “estraneo” – ha dichiarato di aver accettato il ‘passaggio’ perché non sapeva come tornare ad Artena – motivo per il quale si e’ forse sentito meno legato ai “consigli” degli altri.

La versione concorde dei fratelli Bianchi – Non è un caso, in questo contesto, che le versioni degli altri tre indagati combacino. Marco Bianchi, si legge nelle carte del gip “riferiva che, allontanandosi dal pub in compagnia del fratello, di un amico e di tre ragazze delle quali non sapeva riferire il nome, mentre stavano consumando un rapporto sessuale ‘vicino al cimitero’, ricevevano una telefonata da parte del loro amico Michele Cerquozzi, il quale, a suo dire impegnato in una violenta discussione a Colleferro, chiedeva loro di intervenire in suo soccorso”. Tuttavia, ha affermato il ragazzo “non appena sceso dal veicolo si era limitato a spingere Willy Monteiro Duarte, e si era allontanato dai luoghi”: “… io ho spinto Willy perché stava discutendo in gruppo, poi mi sono allontanato… non ho dato nessun colpo. Mario Pincarelli e Belleggia non hanno dato colpi… Willy è caduto con la mia spinta ma lui si è alzato e, poi, sono andato via”. Stessa dinamica raccontata da Gabriele: “… io ho solo spinto l’amico di Willy e poi arrivano Pincarelli e Belleggia, loro c’erano quando Willy è caduto in ginocchio. C’erano tante persone e non ho visto chi ha colpito Willy. Da una parte c’erano gli amici di Willy, dall’altra Pincarelli e Belleggia. Non ho visto chi lo ha colpito. Dietro Pincarelli e Belleggia c’erano altre persone”.

La deposizione “confusa” di Pincarelli – Ma a “tradire” la posizione dei fratelli, in realtà, è anche la deposizione del terzo uomo, Mario Pincarelli, a detta di Belleggia (secondo quanto appreso de relato) colui che avrebbe infierito sul corpo di Willy già inerme. “In patente contrasto con le dichiarazioni rese dai coindagati – scrive il gip – (Pincarelli) riferiva che i fratelli Bianchi si erano portati sui luoghi solo per dare un passaggio al Belleggia, in quel momento in effetti impegnato in una discussione, e che i due, pure scesi dal veicolo ‘non (avevano) toccato nessuno’”. Rileva il giudice: “Non è dubbio che all’aggressione fisica a causa della quale Willy Duarte Monteiro perdeva la vita, partecipava anche Pincarelli, che infatti viene indicato quale concorrente del fatto delittuoso non solo dal Belleggia, ma anche da Emanuele C., a dire del quale lui e Willy venivano aggrediti, da Matteo L. (il quale indicava nei fratelli Bianchi e nel Pincarelli ‘i picchiatori’ e da Faiza R.”.

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