L’omicidio di Willy Duarte ha riaperto uno squarcio sugli episodi di violenza diffusa nelle nostre città. Gli omuncoli alfa sadici e aggressivi, i picchiatori di borgata, gli energumeni da paese, sono figure che da sempre popolano le nostre strade e non solo nel suburbio. Oggi sdoganati dalla rete che amplifica e diffonde i loro lividi messaggi, sono soliti condurre vite improntate alla guerra permanente verso nemici immaginari, blaterando senza conoscerne il significato termini quali ‘onore’, ‘ dignità’, ‘lealtà’, per dare un tono ad esistenze che, fuori dai loro perimetri di combattimento, perdono di senso.

Rissaioli anabolizzati, animali da branco, caricature di gangster de noartri, vantano animi gonfi di un odio inattaccabile e abbisognano di un luogo che possa contenere e sdoganare la loro belluinità naturale. I presunti autori dell’omicidio di Willy lo avrebbero trovato in un ring ove si pratica una tipologia di combattimento nella quale quasi tutti i colpi sono permessi, che però non è una fucina di assassini – come ci ricorda il campione italiano di Mma Marvin Vettori.

Questa umanità, come provenisse da una scena scartata di Gomorra, vive cercando di soppiantare le regole del consesso civile imponendo propri codici, proprie usanze abitando zone opache o luoghi del limite, ove mostrare i muscoli per poi rarefarsi all’apparire del sole.

Quando la città allenta i meccanismi di difesa e lascia spazi di tolleranza, alcuni di essi si sentono liberi di tramutarla nel loro ring di provenienza, sovrapponendo drammaticamente scenari che dovrebbero restare ben distinti. Azioni violente come quelle attribuite ai fratelli Bianchi sono infatti solitamente rese possibili grazie ad una serie di piccoli atti di micro tolleranza, indulgenza o dagli sguardi abbassati dal resto della popolazione intimorita.

Quando questi gruppi violenti riescono ad imporre le loro gesta in diverse porzioni della polis, giorno dopo giorno, rissa dopo rissa, si sentono poi in qualche modo legittimati a fare il salto di qualità oltrepassando il quadrato di combattimento e autorizzandosi a colpire altri esseri umani, per poi tornare sotto la doccia come se si trattasse di un incontro. Nel caso specifico le opinioni raccolte descrivono gli indagati come noti picchiatori della zona.

Colpire fuori e dentro il tappeto, come se il reato non esistesse, come fosse un gioco: è qua che si annida quel desiderio di illimitato proprio di chi fa dell’agire violento la cifra della propria vita. Alcuni anni or sono, vicino alla mia città, i responsabili di un stupro avvenuto in una festa casalinga dissero testualmente che ‘essendo a casa loro, non credevano fosse vietato’. Il fratello maggiore degli indagati dice a proposito del loro abbigliamento vistoso che: ‘Devono mostrarsi così anche per impaurire gli avversari’ , delineando un universo paranoico che pone la rissa come dato strutturale della convivenza in un orizzonte popolato di antagonisti.

Nel caso gli indagati risultassero colpevoli, abbandoniamo subito la mistica del pentimento, della redenzione o del cambiamento strutturale. Urge da subito fare piazza pulita da prospettive ‘terapeutiche’ quando non messianiche che già stanno sbrodolando in rete dalla voce di chi si spaccia per conoscitore dell’animo umano ma inciampa nel grande rimosso del nostro tempo: il male esiste, e a volte prende le sembianze di automi fatti di puro corpo innestato di male.

La sola possibilità che uno Stato ha per tutelarsi è quella di difendersi da costoro, non solo con opere di prevenzione, ma con la capacità di circoscrivere, irretire e limitare la libertà di chi vive professando morte e violenza, magari utilizzando la medesima dura logica che regola il 41 bis per capimafia e brigatisti irriducibili. Egualmente lasciamoci alle spalle altre sciocchezze, oggi assai quotate in rete, quali il chiudere le palestre ove si praticano queste derivazioni discusse di arti marziali.

Quei recinti, lo insegnava bene Musatti, assolvono alla funzione di tenere ben circoscritte queste pulsioni violente definendo quel limite entro il quale possano esprimersi. Prepariamoci invece, in caso di condanna, a vederli innalzati a eroi da molti, destinatari in carcere di lettere d’amore e di ammirazione. Questo perché la banalità del male è una pianta assai radicata nell’animo umano.

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