Un’estate senza suonare dal vivo, dopo lo stop già imposto dalla quarantena, non se la immaginavano proprio, gli esterina, storica band indie rock di Massarosa, Lucca. Così, tra date annullate e club chiusi, il gruppo guidato da Fabio Angeli, 45 anni, ha deciso di portare il pubblico “a casa sua”, all’aperto, nel campo strappato al canneto palustre, accanto alla stalla di fine Ottocento, fatta di sasso di fiume, che è la loro sala prove, a volte studio di registrazione, altre, dormitorio per i fan venuti da lontano.

Negli ultimi mesi i big della musica – da Tiziano Ferro a Fiorella Mannoia, passando per Laura Pausini – hanno invocato l’intervento del governo per sostenere l’industria del live, o hanno rinunciato a cantare fino al 2021, mentre gli esterina, con l’associazione culturale Curaro dischi, hanno messo su un sistema di prenotazioni online, con 50 posti al massimo a evento, il pubblico seduto su balle di fieno pressate e distanziate, davanti a un palchetto costruito con praticabili in legno e un full set elettrico, sotto un cielo tempestato di lucine dorate che, a file parallele, corrono sulle teste degli spettatori, giunti da tutta la Toscana, dal Friuli, dalle Marche, dalla Lombardia, per sentirli suonare lì, nell’entroterra della Versilia, quello compreso tra le colline insediate dagli antichi romani e il lago di Massaciuccoli, da loro raccontato nel documentario “Attraversare”. A due passi da un fiumiciattolo, il “rietto”, che dà il nome alla serie di concerti. Il risultato di questa scommessa (vinta) ha l’odore del fieno e dell’ottimismo: sette date, spalmate tra luglio e agosto, andate tutte esaurite, e altre due che si sono aggiunte, il 4 e l’11 settembre. Poi, uno stop per registrare il sesto album, prodotto con i contributi dei concerti, a distanza di due anni dall’ultimo, “Canzoni per esseri umani”.

“La musica indipendente si auto-organizza” – “Non mi piace l’idea di aprire la sala prove al pubblico – spiega al fattoquotidiano.it Fabio Angeli, voce, chitarra e autore dei testi – Però mi sembra che, per le condizioni ambientali e per quel che succede nel mondo, adesso ci sia necessità. E quindi a necessità si risponde. Questi concerti si potevano organizzare da altre parti? No. Si può fare qui? Sì. Si fa. Impegnandosi molto, perché richiede tantissimo tempo. Per ogni concerto si lavora 12 ore in 6 persone. Non sarebbero organizzabili a prezzi di mercato, pagando tutti, lo fai perché ci credi. Bisogna essere un po’ partigiani. Noi siamo diventati produttori dei nostri concerti. La musica indipendente si auto-organizza”. Accanto a lui, ci sono Giovanni Bianchini, 61 anni, alla batteria, Massimiliano Grasso, 45, al piano rhodes, tastiere, elettronica, chitarra e voce, Daniele Pacini, 25, al basso e synth, Luca Giometti, 41, chitarra, elettronica e tastiere. Da dieci anni, il loro concerto di Natale, a Lucca, in collaborazione con Caritas, è un appuntamento fisso. Il luogo, un po’ come fanno i Sigur Rós nella loro Islanda, viene comunicato sempre con tre giorni di anticipo, ma non mancano centinaia di appassionati, grazie al passaparola e alla reputazione della band. La stessa che a Rietto gli ha regalato una risposta di pubblico così positiva che questa esperienza diventerà un documentario e finirà in un libro fotografico di Nico Cerri, dal titolo Nobodyknows.

“L’industria musicale non è versatile. Le persone non sono disposte a lavorare molto di più per guadagnare molto di meno” – Il loro esempio però non è seguito da artisti con mezzi superiori, aggiunge, “perché non è economicamente sostenibile. Non faccio nomi perché sarebbe antipatico. Ma basti pensare a una lista dei 10 che in Italia possono riempire gli stadi. La legge oggi vieta eventi sopra le 1000 persone. Perché – chiede Angeli – non fanno eventi all’Arena, o in altri posti meravigliosi di cui l’Italia è stracolma, e, invece di fare un concerto da 10mila persone, non fanno 10 concerti da 1000 spettatori? Perché è faticoso, devi farlo dieci volte e guadagni molto meno. Noi a Rietto abbiamo fatto un bonsai e qui son tutti vivaisti che vendono le piante. Noi abbiamo tutti un altro lavoro: il batterista fa il contadino. Vero è che se sei una realtà musicale industriale hai una serie di oneri che sono tanti dal punto di vista economico, ma quel mondo non è versatile, le persone non sono disposte a lavorare molto di più per guadagnare molto di meno”.

“Può creare lavoro, ma bisogna volerlo fare” – Il Covid ha chiesto uno sforzo in più anche al pubblico. Un sistema di prenotazione online per 50 spettatori al massimo richiede di organizzarsi con anticipo: se si decide all’ultimo, non si trova posto. “Prima, la modalità dello spettacolo funzionava con l’overbooking: se un locale ospitava 100 persone e ne venivano 130, chi arrivava all’ultimo entrava lo stesso. Un’abitudine che deve cambiare. Cambia anche l’orario: i concerti iniziavano alle undici e mezzo, a mezzanotte. Noi iniziamo prima, così hai cinque minuti per stare insieme a fine concerto, e il giorno dopo puoi alzarti presto e andare a lavorare. Ci sembrava una formula. Si può fare, la musica può essere questa cosa qui. Può esserlo il teatro. Può generarsi lavoro, ma bisogna volerlo fare”.

Foto dell’articolo di Antonio Viscido

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