Anche l’Italia si unisce alla richiesta dell’Unione europea per chiedere un’indagine trasparente su quanto accaduto al dissidente russo Alexei Navalny, avvelenato secondo l’ospedale Charité di Berlino, dove è ricoverato in coma. La Farnesina, in una nota, esprime “profonda preoccupazione per le conclusioni preliminari rese note dagli esperti” e sostiene “con forza l’esigenza che si faccia rapidamente piena luce su questi gravissimi accadimenti”, auspicando, in linea con Bruxelles, “che le autorità russe avviino al più presto un’indagine indipendente e trasparente con l’obiettivo di assicurare i responsabili alla giustizia“. Una presa di posizione che arriva nel giorno in cui anche gli Usa, per voce del segretario di Stato Mike Pompeo, si dicono “profondamente preoccupati dalle conclusioni preliminari degli esperti medici tedeschi”, a fianco dell’Europa e “pronti a fornire assistenza” nello sforzo di un’indagine”. Ma dal Cremlino la prima reazione, arrivata a più di 24 ore dal responso dei medici tedeschi, respinge ogni accusa rispetto a un suo possibile coinvolgimento. Il fronte di chi chiede un’indagine trasparente, però, è sempre più ampio: dopo Berlino, Bruxelles e l’ambasciata Usa a Mosca, ora anche Washington esprime una posizione ufficiale.

“Le ipotesi che ci vedono coinvolti nell’avvelenamento di Navalny non possono essere prese sul serio, sono solo vuoto rumore”, ha detto il portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov. Quanto alle indagini, prima andrebbe “identificata la sostanza”, che neppure in Germania hanno saputo “individuare”. È stato infatti trovato un inibitore della colinesterasi, in pratica una potente neurotossina, ma gli esperti non sanno ancora darle un nome specifico, dunque hanno avviato nuovi test. “Finora – ha chiosato – tutto quello che possiamo dire è che il paziente è in coma”.

Le parole di Peskov hanno mandato su tutte le furie l’entourage di Navalny, a partire dalla sua portavoce Kira Yarmush. “Il fatto che sul crimine non sarebbe stata aperta una vera indagine e che il colpevole non sarebbe stato trovato era evidente. D’altronde sappiamo tutti chi è. Ma da come ne parla Peskov mi fa indiavolare”, ha twittato Kira. Ancora più esplicita Lubov Sobol, l’attivista che giusto un anno fa aveva di fatto sostituito Navalny nella lotta senza quartiere alla vigila delle elezioni municipali di Mosca, quando il creatore del Fondo Anti-Corruzione (e un bel pezzo dell’opposizione) era stato spedito in carcere per toglierlo dalle strade rigonfie di manifestanti. “La dichiarazione di oggi di Peskov è un’autodenuncia del Cremlino, ha consegnato il suo patron con tutti gli annessi e connessi”, si legge sempre su Twitter.

Ma il Cremlino non fa un piega. Peskov si è anzi detto sorpreso per l’uso “affrettato” della parola “avvelenamento” da parte del governo di Berlino precisando che anche i medici dell’ospedale di Omsk – dove Navalny era arrivato in un primo momento – avevano preso in considerazione questa ipotesi ma l’avevano poi scartata poiché non avevano rilevato nessuna sostanza tossica nel corpo di Navalny. “Le analisi mediche dei nostri dottori e di quelli tedeschi coincidono ma i risultati sono differenti”, ha ribadito Peskov.

Insomma, la nostra parola contro la vostra. E a chi gli ha fatto notare che tra gli oppositori di Putin la percentuale di incidenti, mortali e non, è sospettosamente alta, Peskov ha risposto picche, negando che ci sia alcun tipo di “trama” per silenziare i nemici del presidente russo. Resta il fatto che il principe degli oppositori russi ora è fuorigioco (proprio alla vigilia di un’altra tornata elettorale nelle regioni, con tutto lo spazio ex sovietico in fibrillazione per le vicende bielorusse) e nessuno sa quando e se potrà tornare alla guida della sua organizzazione, diventata una vera e propria potenza mediatica del web.

Chi conosce bene gli anticolinesterasici, ovvero il gruppo di sostanze probabilmente usato per colpire Navalny, non è ottimista. “Le conseguenze sono molto gravi. L’avvelenamento è quasi irrevocabile, purtroppo. E ci vogliono anni per riabilitarsi”, ha spiegato Vil Mirzayanov, padre del programma di ricerca sovietico del Novichok, i composti al nervino di ultima generazione sviluppati dall’Unione Sovietica (e poi dalla Russia) per ottenere la supremazia nel campo delle armi chimiche. “Espellerle è un processo lungo e doloroso”, ha detto alla testata russa Current Time. Secondo Mirzayanov, nel caso di Navalny chi ha amministrato la dose di veleno doveva essere “un professionista”, uno che sapeva maneggiare queste sostanze e non contaminarsi. Tra gli anticolinesterasici, Mirzayanov ritiene probabile siano stati impiegati gli “organofosforati”, che potrebbero essere stati “facilmente mischiati all’acqua o al tè”. O depositati sulla pelle di Navalny con un tampone imbevuto della sostanza. “Già questo sarebbe bastato”.

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