Parlare del maschile non significa parlare di violenza sulle donne, sebbene la violenza sulle donne sia certamente collegata al maschile o quantomeno ad un certo tipo di modello maschile e la violenza di per sé non abbia genere: un atteggiamento o comportamento violento può averlo chiunque, uomo o donna.

Abbiamo un problema, però, se mediaticamente e pubblicamente ogni volta che si parla apertamente del maschile si parla di violenza e viceversa. Il maschile può e deve includere molto altro. Certo la rabbia è un’emozione che si collega culturalmente più legittimamente ad un uomo che ad una donna, ma la rabbia è un’emozione che provano tutte le donne, solo che, per gli uomini, la rabbia è un’emozione maschia appunto, “macha”, competitiva, aggressiva ed è spesso questo il modello maschile che è stato dominante in tante culture e in tante epoche.

Ci si aspetta che un uomo sfoghi la rabbia perché il farlo lo qualifica come uomo. La rabbia sfogata da una donna a volte viene collegata ad un atteggiamento più isterico. L’uomo caccia, è predatore, la donna cura ed educa, di conseguenza rabbia e aggressività servono più nel primo che nel secondo caso, ma sappiamo bene che oggi le donne hanno tutto il diritto di “cacciare” e gli uomini di “educare e curare”, lo fanno e piace, si può scegliere molto più che in passato, pur con tutti i limiti ancora attuali.

Oggi incontriamo spesso un maschile arrabbiato e indignato, in quanto stanco di essere identificato con la violenza e, sebbene in alcuni casi si tratti davvero di un maschile violento, che nella sua risposta polemica ed aggressiva evidenzia esattamente quanto vorrebbe negare, in tanti altri casi troviamo uomini che hanno una gestione ed un controllo della propria rabbia che sanno bene come non far sfociare in violenza, ma che talvolta, nel dibattito sociale e mediatico, sembrano essere meno visibili. Si deve a stare attenti quindi a differenziare.

Il messaggio che si dà agli uomini è un qualcosa del tipo “se devi parlare del tuo maschile, devi parlare anche di violenza sulle donne” e in tanti, pur di non sentirsi “dare dei violenti”, non parlano del proprio maschile, anzi si chiudono o polemizzano, rinforzando proprio gli elementi di quel maschile che vorremmo spronare ad aprirsi alle emozioni.

Le accuse non hanno mai voluto mettere in discussione nulla, le accuse si fanno perché ci possa essere una condanna, un giudizio, hanno come fine la punizione, non il cambiamento. Ecco perché la via difficile per il cambiamento maschile non deve passare in un’accusa tout court, ma deve trovare altre strade che possono nascere negli stessi uomini e nelle relazioni con le loro madri, sorelle, compagne, amiche e soprattutto tra di loro, uomini che parlano liberamente e senza vergogna delle loro emozioni e delle loro fragilità sono un esempio potente per tutti.

L’autoconsapevolezza maschile può nascere in solitaria, certo, ma la potenza del gruppo, della condivisione, della solidarietà sono fuori discussione, un maschile che sa parlare agli altri uomini delle sue fragilità senza provare imbarazzo è un maschile che avrà sempre meno bisogno di essere legato alla violenza di genere.

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