A odiare l’odio non si fa un bel servizio all’amore. Troppa richiesta di amore in giro, sui social e sui media, almeno. La vita reale è tutta un’altra cosa e il mio intento è farvi breccia. Si parla di amare come se amare fosse semplice, come se amare fosse tutto nel suo esile pronunciarsi a parole. L’amore non ha parole che lo soddisfino, nonostante queste lo rincorrano, affaticate e impettite, sin da quando cominciarono a essere pronunciate sulla bocca inesperta di qualche nostro antenato.

Si ama a certe condizioni; l’amore incondizionato esiste solo a certe condizioni (sono solo parole appunto e queste le cambiamo come vogliamo, se vi abbiamo un minimo di confidenza), non si ama senza ricevere qualcosa in cambio. Esiste sempre una contropartita, seppure magari diversa per ognuno di noi.

Amo se ricevo amore, amo se desidero ricevere amore, amo perché ho bisogno di amare: senza amore non vivrei, di conseguenza amo per poter vivere e già questa è una ineludibile condizione. Senza amore cesso di vivere. Conoscere l’amore significa conoscere l’odio, la rabbia, l’ignoranza, condizioni che mi vincolano al mio essere meravigliosamente umano.

L’amore si può contrapporre all’odio solo se rivendico il diritto di esistere dell’odio stesso: se lo nego, non sarò mai in grado di riconoscerlo e contrastarlo. Diffidate dai mercanti di amore che spacciano l’odio come miserevole: vi rendono schiavi di ideali belli, ma vuoti e pacchiani e vi aprono la strada a quello che – professano – vorrebbero evitarvi.

L’odio non scompare, al massimo si reprime, si accumula e poi esplode. Siamo tutti bravi ad amare l’idea di amore, ma amare l’odio, nel senso di rispettarne l’esistenza, è solo per coloro che hanno fatto diligentemente i compiti per casa (rispettare l’esistenza dell’altro: che stupendo modo di amare).

Guardate senza pregiudizi dentro voi stessi: quante volte avete conosciuto tutto il contrario dell’amare? Lo chiamavate dispetto, vendetta, ingiustizia, interesse; pensavate di dovervi difendere oppure di dover attaccare per non sopperire. Forse vi sentivate scomodi, in colpa, sporchi oppure no, ma il dato non cambia: è legittimo non dover amare, rilassiamoci. Voler bene a qualcuno poi non significa necessariamente fare il suo bene.

Liberiamoci da un altro fardello che i mercanti d’amore ci propinano: odiare non significa trasformare l’odio in azioni nocive per l’altro. È solo una possibilità e non riguarda il sentire, ma il pensare. Il sentire è sempre legittimo, nasce senza un preciso controllo, una precisa volontà; il pensare invece può essere direzionato e può avere un controllo sul nostro sentire tramutato in atteggiamenti e comportamenti. Odiare non significa necessariamente far del male, ma è far del male pensare che odiare sia sbagliato. Ho il diritto di odiare, ma non quello di torcere un solo capello all’altro: distinguiamo e vivremo meglio.

I sentimenti hanno tutti pari dignità, hanno tutti patria dentro di noi: lì sono nati e cresciuti e non se ne andranno finché non avremo esalato l’ultimo respiro. Forse li conosceremo meglio con l’andar del tempo, ma forse vi sto propinando una benevola illusione.

Se lascio spazio all’odio, alla rabbia, al rancore, posso sperare di dare la giusta collocazione al mio amare e renderlo autentico e intenso: non un biglietto da visita con cui presentarsi, ma una conquista ogni volta che lo provo nei confronti di qualcuno o qualcosa.

I sentimenti possono essere battiti d’ali o artigli che non mollano la preda, ma sono da accettare per come vengono: sul farli durare e renderli non lesivi per l’altro si gioca la vera partita e possiamo vincerla o quantomeno sperare in un dignitoso pareggio.

Vignetta di Pietro Vanessi

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