Avere un “conto all’estero”, magari gestito da due trust alle Bahamas, “era una cosa purtroppo di moda a quei tempi”. O almeno lo era per la famiglia Fontana. 24 ore dopo il suo discorso in Consiglio regionale, il governatore lombardo indagato per frode in pubbliche forniture per il caso camici affronta con Repubblica un punto centrale della vicenda che invece in aula ha ignorato. Cioè quei 5,3 milioni di euro che per anni sono stati allocati in due società basate in un paradiso fiscale, detenuti in un conto svizzero e intestati alla madre del presidente leghista, all’epoca ultraottantenne. Poi nel 2015, alla morte della signora, Fontana riceve tutto in eredità e li dichiara al fisco grazie alla voluntary disclosure, cioè alla legge pensata per far rientrare in Italia i capitali all’estero. “Quel conto non solo è perfettamente legale e frutto del lavoro dei miei genitori, ma è dichiarato, pubblico e trasparente”, si difende il governatore al quotidiano. Nessuna evasione delle tasse, dice: “Mia madre era super-fifona, figurarsi evadere…”.

Sta di fatto che lo stesso presidente non sa perché i genitori, una dentista e “un dipendente della mutua”, “portassero fuori i loro risparmi“. Né è chiaro perché ricorrere al sistema del doppio trust se era tutto “legale”. Com’è saltata fuori la notizia? Non da Fontana, ma a causa di un bonifico da 250mila euro che lui nel maggio scorso prova a erogare alla società del cognato, Andrea Dini, per risarcirlo dopo avergli “chiesto” di bloccare l’affare da mezzo milione di euro con la Regione. La transazione alla fine viene bloccata per un alert all’antiriciclaggio e i pm di Milano si attivano d’ufficio per capire meglio la situazione. Ne nasce un giallo finanziario che si allarga all’inchiesta sui camici: Fontana prima dice di essere del tutto “estraneo ai fatti” (7 giugno); poi di aver tentato di “partecipare alla donazione” del cognato alla Lombardia facendogli un bonifico (26 luglio); alla fine di essere intervenuto in prima persona per fermare la fornitura e aver disposto i 250mila euro per “alleviare” a Dini “l’onere dell’operazione” (27 luglio). In questa girandola di versioni, il reato contestato al governatore non è legato ai soldi elvetici, ma al mancato adempimento della fornitura stipulata dal cognato con la Centrale acquisti regionale. Su 75mila camici inizialmente pattuiti, infatti, Dini ne ha consegnati 49mila. Mentre avrebbe tentato di rivendere i restanti 26mila a una società varesina a un prezzo maggiorato.

La procura milanese quindi è al lavoro su un doppio fronte. Come rivelato oggi dal Fatto Quotidiano, ha già intrapreso colloqui informali con le autorità svizzere e sta valutando una rogatoria per capire meglio il giro del denaro. Stando a quanto emerso finora, lo schema dei trust ai Caraibi sarebbe nato tra il 1997 e il 2005 su volontà della madre del governatore. Fino alla sua morte è lei a risultarne “intestataria”, mentre Fontana, riferisce il Corriere, in un caso compare come “soggetto delegato”, nell’altro come “beneficiario economico”. La prima cosa che non torna riguarda le date. Nell’intervista a Repubblica, il leghista dichiara che quel conto non era “operativo da decine di anni, penso almeno dalla metà degli anni Ottanta“. E spiega che, alla morte del padre, “il conto passò a mia madre. Morta mia mamma, a 93 anni, io l’ho ereditato e l’ho dichiarato nel rispetto delle leggi italiane e pagando il dovuto”. La legge a cui si riferisce è quella sullo “scudo fiscale”, approvata a fine 2014 dal governo Renzi e che prevede a cascata anche regole vantaggiose per chi eredita capitali dai parenti. Fontana sostiene di aver riportato tutto nella “dichiarazione patrimoniale pubblicata sin dal primo giorno del mio mandato sui siti regionali come la legge prevede”. Tutto vero. Senonché, rivela oggi il quotidiano di via Solferino, il governatore fu multato dall’Anac per il suo silenzio sui soldi svizzeri quando era sindaco di Varese. Nel 2017 gli fu inflitta una sanzione da mille euro per aver omesso nel 2016 l’obbligatorio stato patrimoniale nel quale sarebbero comparsi proprio i 5 milioni frutto dello scudo fiscale nel 2015. Una sanzione non pubblica, ma che apparve nella sezione “amministrazione trasparente” del sito online del municipio.

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