“Ho riflettuto molto sull’opportunità di intervenire, per evitare di fare da cassa di risonanza a polemiche sterili e strumentali. Ma alla fine ho deciso di essere qui, non solo per riaffermare la verità, ma per voltare pagina“. Esordisce così in Consiglio regionale il governatore della Lombardia Attilio Fontana nell’atteso discorso sul caso dei camici che lo vede indagato per frode in pubbliche forniture. Dopo aver ricordato lo “tsunami” che ha colpito la Lombardia e “il mondo intero”, il presidente accusa l’Oms di aver sottovalutato la pandemia e il governo italiano di “non aver fornito informazioni adeguate”. Una situazione “paragonabile alla stagione di guerra” che non ha permesso di “trovare soluzioni ordinarie ai problemi”. Al termine di 10 minuti di premessa Fontana arriva quindi al cuore dell’inchiesta condotta dalla procura di Milano. “Sapevo che Dama (l’azienda del cognato, ndr) si era dichiarata disponibile per fornire un contributo durante l’emergenza Covid” riconvertendo la propria produzione, spiega. Lo stesso hanno fatto “altre 4 aziende”, come riscontrato dall’assessore Cattaneo, per cui è valsa “la medesima procedura” semplificata dopo “l’autorizzazione del governo a Regione Lombardia”.

Fontana, però, sostiene di aver appreso dei “rapporti negoziali” tra Dini e la Centrale acquisti della regione solo il “12 maggio scorso, data in cui mi si riferiva che era stata concordata una fornitura a titolo oneroso“. Una ricostruzione diversa da quella fornita il 7 giugno, quando il caso esplose grazie alle inchieste del Fatto Quotidiano e Report. In quell’occasione il leghista disse di “non sapere nulla” della procedura e rivendicò la sua “estraneità alla vicenda”. Oggi cambia linea e spiega di essere intervenuto in prima persona per fermare tutto: “Credo tuttora che si sia trattato di un negoziato del tutto corretto, ma ho chiesto a mio cognato di rinunciare al pagamento per evitare polemiche e strumentalizzazioni”.

La verità di Fontana sulla fornitura – Stando alle sue parole, quindi, il 16 aprile scorso l’azienda del cognato tentò davvero di fare un affare da oltre mezzo milione con la Centrale acquisti regionale (guidata dall’ormai ex dg Filippo Bongiovanni, anche lui indagato, a cui il presidente oggi ha ribadito la sua stima). Versione che lo stesso Dini ha sempre smentito, parlando di una “donazione” scambiata per fornitura dai suoi stessi dipendenti e subito rettificata. Tutto poi si sarebbe fermato dopo il coinvolgimento del governatore, resosi necessario per evitare eventuali accuse di conflitto di interessi. “Non posso tollerare che si dubiti della mia integrità e di quella dei miei familiari”, dice tra gli applausi dei consiglieri di maggioranza. “Regione Lombardia non ha speso 1 euro per quei 50mila camici”. Sta di fatto che soltanto ieri, in un colloquio con La Stampa, proprio Fontana parlava ancora di una “donazione” a cui lui stesso avrebbe voluto partecipare.

Nuova versione sul bonifico al cognato – È su questo punto che il governatore non entra nei dettagli. Nel corso delle indagini, infatti, è saltato fuori un bonifico da 250mila euro partito dai suoi conti svizzeri – gli stessi che fino al 2015 avevano in pancia oltre 5 milioni ed erano gestiti da due trust alle Bahamas aperti dalla madre, poi scudati – e destinato proprio al cognato. Tutto bloccato all’ultimo a causa di un alert all’antiriciclaggio. “La magistratura sta ipotizzando una diversa ricostruzione relativa al mio coinvolgimento”, spiega Fontana, per cui “voglio solo dire che avevo considerato di alleviare l’onere dell’operazione, partecipando personalmente alla copertura di una parte dell’intervento economico”. In sostanza Fontana bonificò i 250mila euro come forma di risarcimento per il cognato, dopo aver bloccato il suo affare con la Regione. Si è trattato, continua, di una “decisione spontanea e volontaria e dovuta al rammarico nel constatare che il mio legame di affinità (con Dini, ndr) gli aveva arrecato svantaggio“. Anche qui la ricostruzione risulta diversa rispetto a quella data dallo stesso presidente leghista ieri al quotidiano torinese. “Quando è saltata fuori questa storia e ho visto che mio cognato faceva questa donazione, ho voluto partecipare anch’io. Fare anch’io una donazione”, aveva dichiarato. Ora, invece, parla di risarcimento, allineandosi a quanto già sostenuto dal suo avvocato. Nessuna parola, poi, sui trust alle Bahamas attualmente al centro dell’attenzione della procura.

Il governatore passa al contrattacco – “Quel gesto è diventato sospetto“, ha poi aggiunto Fontana, rimandando al mittente l’accusa di essersi mosso solo dopo l’interessamento dei giornalisti alla vicenda. “Report si è palesata sul punto il 1 giugno, quando erano passati 18 giorni. Io invece sapevo già tutto perché c’era una ricerca spasmodica di presidi medici. Ma ribadisco che l’ho capito il 12 maggio”, si giustifica. “È questo che intendevo dire quando ho affermato di essere estraneo alla fornitura onerosa”. Nel corso del suo lungo intervento al Pirellone, anticipato ieri dall’annuncio del Movimento 5 stelle di voler presentare una mozione di sfiducia “per liberare la Lombardia”, il governatore è passato alle critiche piovute sulla sua gestione dell’emergenza coronavirus. “A causa di tutti questi attacchi, Regione Lombardia ha subito un grave contraccolpo a livello di reputazione” determinando “un sentiment negativo” e “arrivando a mettere in discussione un’eccellenza, quella del sistema sanitario lombardo, riconosciuto a livello nazionale e internazionale”. Nonostante questo, il leghista ha intenzione di tirare dritto. “Sono il presidente che non si è arreso al Covid-19, non è arretrato davanti ad una pandemia e non intende arrendersi innanzi a nulla”. “La Lombardia è libera e come tale va lasciata”, ha concluso tra gli applausi della maggioranza, mentre i consiglieri della Lega hanno esposto e sventolato le bandiere della Regione con la rosa camuna.

La reazione delle opposizioni – Il primo a parlare al termine del lungo discorso di Fontana è stato il consigliere dei radicali Michele Usuelli, che ha attaccato il governatore per l’incongruenza delle sue dichiarazioni. A suo parere, però, dovrebbe dimettersi perché “è venuta meno la fiducia” nei suoi confronti a causa della gestione dell’emergenza, piuttosto che per le conseguenze giudiziarie. “Le persone il cui fallimento oggi è diventato cronaca e materiale da procura, non possono essere le stesse che dovranno guidare la ripartenza della nostra regione”, ha dichiarato il capogruppo M5s Massimo De Rosa. Duro attacco anche da parte del Partito democratico: “Qualcosa non quadra” in tutta la ricostruzione, ha inveito il capogruppo Fabio Pizzul, “e quando un presidente lascia l’ombra di una menzogna di fronte ai lombardi, c’è un enorme problema politico”. A suo parere, resta anche il dubbio “sull’opportunità” per un rappresentante delle istituzioni “di fare bonifici da conti svizzeri” scudati con la voluntary disclosure. Secondo il leghista Roberto Anelli, invece, “in un Paese normale il presidente sarebbe stato fatto Santo subito“. Sostegno anche da Fratelli d’Italia per come Fontana “ha guidato la Lombardia” nei momenti di “maggiore difficoltà” e da Forza Italia: “Totale solidarietà e affetto al presidente per il terribile sciacallaggio a cui stiamo assistendo in questi giorni”, ha dichiarato il forzista Comazzi. Ma è nel campo delle opposizioni che ora si sposta la discussione politica, con il Pd e gli altri partiti in dubbio se convergere sulla mozione di sfiducia annunciata dai pentastellati.

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