L’11 dicembre 2010 l’autorevole The New York Times dava conto di un episodio assai significativo: “Il terzo mercoledì di ogni mese, nove membri di un’élite di Wall Street si ritrovano a Midtown Manhattan. Essi condividono un obiettivo comune: proteggere gli interessi delle grandi banche nel vasto mercato dei derivati, uno dei più redditizi e controversi settori della finanza. Essi condividono anche un comune segreto: i dettagli dei loro incontri, come anche le loro identità sono strettamente confidenziali […] In teoria, questo gruppo esiste per salvaguardare l’integrità di un mercato plurimiliardario. In pratica esso difende il dominio delle grandi banche”.

Nello stesso articolo si notava che il dominio delle grandi istituzioni finanziarie non si limitava al solo contesto economico, ma doveva colonizzare quel “potere politico” che in epoca recente aveva svolto (ma ormai perduto) il ruolo di guida e freno dello strapotere finanziario. Non si trattava di un proposito complesso, concludeva l’autorevole giornale, visto che il Congresso (il Parlamento statunitense, nda) è composto da elementi che in teoria dovrebbero svolgere il ruolo di rappresentanti del popolo, ma che spesso “hanno ricevuto dai banchieri ingenti contributi per la campagna elettorale”, e in virtù di ciò sapranno come ricompensare i propri benefattori al momento di promulgare o abolire leggi e regolamenti statali.

Un esempio? La legge Gramm-Leach-Bliley, promulgata il 12 novembre 1999 dopo anni di pressioni da parte dei poteri finanziari e delle banche. Questa legge eliminava la separazione fra banche commerciali (che prestano denaro) e banche di investimento (che curano la vendita di obbligazioni e azioni): ciò consentiva ai funzionari delle banche commerciali, incaricati di gestire i capitali dei comuni cittadini come anche delle piccole e medie imprese, di intraprendere attività rischiose come quelle delle banche di investimento, il cui obiettivo principale consiste nel massimizzare gli introiti di chi già è ricco. Qui erano i germi della crisi economica che ha colpito il mondo nel 2008.

Potrei andare avanti per molto con episodi ed esempi, ma mi fermo qui. Confido che quanto ho scritto serva a prendere atto di alcuni elementi: esiste un potere finanziario che opera nell’ombra e non è invenzione di presunti “complottisti”; questo potere è in grado per varie ragioni di dettare l’agenda politica alla grande maggioranza dei governi democraticamente eletti; sempre lo stesso potere opera con il fine unico e supremo di generare profitto, non importa se ciò avviene sulla pelle di intere popolazioni che si vedono private dei diritti e dei servizi sociali deputati a garantire un’esistenza dignitosa ai propri cittadini.

Per nulla al mondo vorrei inserirmi nella lista dei complottisti, ma quando si parla di finanza oggi dobbiamo prendere atto di un fatto: i veri complottisti sono coloro che i complotti li ordiscono. Un signore di nome George Orwell ci ha anche spiegato, attraverso un romanzo visionario e illuminante (1984), che qualunque potere in grado di ordire trame e complotti si avvale di una “neolingua” utile allo scopo.

La neolingua del nostro tempo, per capirci, è quella che definisce “frugali” paesi come Olanda, Irlanda e Lussemburgo, quando sostengono di voler contenere i fondi con cui provare a far ripartire i paesi più gravemente colpiti dal Covid-19 (come l’Italia). Ciò nello stesso momento in cui i medesimi paesi ottengono la gran parte dei propri introiti relativi alla fiscalità d’impresa grazie all’adozione di regole “accomodanti”: basti pensare che Olanda e Lussemburgo, da soli, ospitano quasi la metà degli “investimenti fantasma” nel mondo, cioè di investimenti apparenti che entrano ed escono dal paese attraverso strutture artificiali, così da eludere la tassazione dei paesi in cui quelle stesse strutture (altrimenti dette: imprese) operano fisicamente.

In Italia ne sappiamo qualcosa con la ex Fiat (oggi Fca), ma in generale si tratta di un meccanismo che ci vede perdere il 19% degli introiti fiscali delle imprese, mentre per la Francia si tratta del 24% e per la Germania del 28%. Perché questi paesi tollerano tutto ciò? Forse perché le rispettive classi politiche che li rappresentano in Europa sono in qualche modo finanziate da quelle imprese che turlupinano le rispettive popolazioni?

Molte altre sarebbero le domande, ma una mi sembra imporsi su tutte: al netto dell’apparente successo ottenuto dal governo Conte (e senza neppure pensare al disastro a cui saremmo andati incontro se al governo ci fossero stati complottisti e sovranisti come Salvini e Meloni, tanto estremisti a parole quanto sterili nei fatti), di quale Europa stiamo davvero parlando?

Sì, che Europa è quella che consente di far passare per “frugali” (dal latino frugi: sobrio) quei paesi che in realtà si ubriacano di liquidi finanziari a spese della comunità che paga le tasse nel modo corretto?!

Il Fatto Economico - Una selezione dei migliori articoli del Financial Times tradotti in italiano insieme al nostro inserto economico.

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