Il numero dei morti da coronavirus viaggia ormai, in forma spedita, verso le 150 mila unità. I contagi hanno, giusto ieri, superato la soglia dei quattro milioni (vale a dire: esattamente quattro milioni più dello “zero in un paio di settimane” da Donald J. Trump pronosticato a fine febbraio). E alle porte va sempre più rumorosamente bussando, grazie alla pandemia, quella che si preannuncia come la più grave crisi economica dai tempi della Grande Depressione.

Ma non è questo a tormentare i sonni – o meglio le veglie notturne, riempite da sempre più intense raffiche di tweet – del presidente degli Stati Uniti d’America. In questi apocalittici panorami ben altri (ed ovviamente ben più gravi) problemi ribollono – con crescente spicco nell’approssimarsi della contesa presidenziale con Joe Biden – al di sotto della sua inconfondibile chioma color arancia.

Su tutti, quello del “test” o, per meglio dire, quello della “disfida del test”. Quale test? Quello che Trump sostiene d’aver superato col massimo punteggio (I aced it”,va in questi giorni ripetendo, ad ogni intervista e ad ogni pubblica apparizione, tweet dopo tweet, l’attuale inquilino della Casa Bianca). E che Joe Biden (Sleepy Joe”, Joe il sonnolento, come Trump ama chiamarlo) dovrebbe ora a sua volta – per par condicio e, data la difficoltà, senza alcuna possibilità di successo – aver il coraggio d’affrontare.

La prova, o il test, che il presidente Usa va in queste ore baldanzosamente agitando, come il guanto degli antichi duellanti, di fronte al volto del suo rivale democratico è il Montreal Cognitive Assessment, o MoCa test. E Trump va ossessivamente ripetendo d’averlo liquidato in brillante scioltezza, a ulteriore testimonianza della sua superiore intelligenza (o, come a suo tempo ebbe a dire di se stesso, del suo essere “a stable genius”, un molto consistente genio). Di che si tratta? Quali sono gli ardui ostacoli che il presidente Usa ha dovuto scavalcare per riaffermare, di fronte alla scienza e di fronte al mondo, le portentose virtù del suo intelletto?

Il MoCa (disponibile online per chiunque voglia mettersi alla prova) pone gli esaminati di fronte ad una serie di problemi che – disegnati al fine di cogliere, quando esistono, sintomi iniziali di demenza senile o di Alzheimer – possono a prima (e anche seconda terza e quarta) vista apparire ai più assolutamente elementari. E che tali sono in effetti apparsi anche a Chris Wallace, il molto valido e implacabile giornalista di Fox News (la rete televisiva, peraltro, più affine al trumpismo), che giorni fa si è confrontato con il presidente in un’intervista televisiva molto probabilmente destinata ad entrare nella storia in virtù dell’industriale quantità di frottole, fandonie e figuracce inanellate da Donald Trump.

“Io ho dato un’occhiata a quel test – ha fatto con grande aplomb notare Wallace gettando il classico secchio d’acqua ghiacciata sulla vanagloria presidenziale – e non l’ho trovato tanto difficile. Tutto quello che ho dovuto fare è distinguere un elefante da una giraffa…”. “Questo all’inizio – ha prontamente ribattuto, piccatissimo, il consistente genio – ma più avanti le domande diventano molto, molto più difficili…”.

“Certo – ha ribadito il giornalista – a me hanno chiesto di sottrarre sette da cento…”. E lì, per la proverbiale carità di patria, s’era momentaneamente chiuso il capitolo dedicato ai test d’intelligenza. Io – aveva ribadito Trump ignorando il sarcasmo dell’intervistatore e da par suo tornando a sfidare non solo “Sleepy Joe”, ma anche il ridicolo – quel terribile test l’ho passato. Ed ora, se ne ha il coraggio, che Biden si cimenti nella medesima impresa.

Il 77enne candidato democratico – evidentemente intenzionato a non interferire nelle autodistruttive esibizioni del suo prossimo rivale – non ha fin qui raccolto il guanto di sfida. Ma Trump non ha rinunciato alla battaglia. E non ha, negli ultimi giorni, perso occasione per tornare sul tema delle straordinarie impervietà del MoCa. In una nuova intervista con FoxNews (questa volta con un molto più malleabile giornalista) ha finalmente descritto, con generosità di dettagli, come abbia vissuto il più eroico momento del test da lui affrontato e vinto.

È stato, ha detto, quando gli è stato chiesto di ripetere in ordine cinque parole (nel caso specifico “person”, “woman”, “man”, “camera”, “TV”). Operazione, questa, da replicare, con più alto punteggio, qualche minuto più tardi. Cosa che Trump ha puntualmente fatto, suscitando l’ammirato stupore dei medici che andavano svolgendo il MoCa. “Come c’è riuscito?, mi hanno chiesto. Ed io ho risposto: semplice, ho una grande memoria e sono cognitivamente presente”. E adesso, se ne ha l’ardire, che Joe Biden si faccia avanti…

Non c’è dubbio alcuno: a dispetto di pandemie e d’ogni altra crisi, l’America può, all’ombra di tanta intelligenza, dormire il più tranquillo dei sonni. Donald J. Trump è un genio. Lo è perché, come il Moca ha confermato, sa distinguere un elefante da una giraffa. Lo è in proprio e lo è per ragioni genetico-ereditarie. Tempo fa, ultimata una visita ad un ospedale, lui stesso aveva, con la consueta umiltà, provveduto a raccontare come i medici avessero con incredulità notato la straordinaria naturalezza e l’innata intelligenza con la quale affrontava temi relativi alla medicina e, più in generale, alla scienza.

Un “mistero”, questo, che lui aveva immediatamente sciolto rivelando come (cosa questa, per una volta, assolutamente vera) un suo zio, John G. Trump, fosse a suo tempo stato professore emerito di Fisica nel prestigioso Massachusetts Institute of Technology. “La scienza – aveva spiegato il presidente – io la porto nel Dna”.

La porta e la usa. Come quando, mesi fa, ha suggerito la possibilità di curare il Covid-19 con iniezioni di disinfettante. E chissà quante orgogliose e felici giravolte zio John ha dato, nella sua tomba, ascoltando quelle parole…

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