Era una mattina come tante, quella del 23 luglio 2010, alla Gifas Electric di Massarosa, in provincia di Lucca, quando due dirigenti dell’azienda versiliese di materiale elettrico, Luca Ceragioli, 49 anni, e Jan Frederik Hilmer, 33, ricevettero la visita di un ex dipendente. Paolo Iacconi, licenziato in precedenza, aveva ottenuto un appuntamento con loro con la scusa di chiedere dei consigli. Al ritrovo era giunto in auto da Pordenone. Bevuto un caffè insieme, Iacconi estrasse una pistola. Li freddò entrambi. Ceragioli, sposato e padre di due figlie, e Hilmer, papà da 34 giorni. Quindi provò a dare fuoco alla scena del delitto e, non riuscendoci, si barricò in bagno riservando a se stesso la medesima fine. Si scoprì solo in seguito che l’arma di Iacconi era legalmente detenuta, nonostante lui fosse stato ricoverato due volte in regime di tso e avesse tentato due volte il suicidio.

Gli omicidi commessi con armi legalmente detenute
Gabriella Neri, vedova di Ceragioli, capisce subito il gap legislativo che sta dietro la morte del marito: manca una legge che istituisca un database condiviso tra le Asl, e in particolare i reparti di psichiatria, e le autorità preposte al rinnovo del porto d’armi. Cosa accade se nel detentore dell’arma subentra una malattia mentale, un disturbo di personalità o un trauma di qualche tipo? L’arma resta a sua disposizione, fino alla scadenza del rinnovo del porto d’armi, a rischio di altre stragi: in casa o sui luoghi di lavoro. È qui, infatti, che si consumano più di frequente i delitti da arma da fuoco, dicono gli ultimi dati a disposizione di Istat, secondo cui, nel 2018, le armi detenute legalmente in Italia hanno ucciso più di quanto abbiano fatto la mafia e i rapinatori: rispettivamente 49 omicidi volontari contro 19 (delitti mafiosi) e 12 (morti per rapina). I dati sono in difetto: agli omicidi andrebbero aggiunti i suicidi e gli omicidi classificati come involontari.

“È una questione che spetta alla politica”
Neri, con l’associazione da lei presieduta, Ognivolta Onlus, da nove anni spinge il dibattito sulla necessità di un cambiamento. Il 2 luglio 2019 due senatori del Movimento 5 stelle, Gianluca Ferrara e Mattia Crucioli, hanno presentato un disegno di legge sulla questione. Ma, a distanza di un anno, è ancora fermo in commissione Affari Costituzionali. Il Covid ne ha sospeso l’iter fino a data da destinarsi: “È saltato quasi tutto per il coronavirus. Ma io non mollo, anche se parlare di armi non è facile”, fa sapere al Fatto.it Ferrara.

Il disegno di legge, che porta anche la sua firma, chiede proprio la creazione di una banca dati informatizzata, “con l’obiettivo di segnalare e, conseguentemente, impedire il porto o la detenzione di armi da fuoco da parte di soggetti a cui sopraggiungano condizioni di disturbo mentale o della personalità, tali da mettere a rischio la propria e l’altrui incolumità”, banca dati da realizzare “mediante un minimo investimento”.

Cosa ne pensano gli addetti ai lavori? È necessario cambiare la legge in merito? Contattato dal Fatto.it, il Viminale rimanda le domande al Dipartimento di pubblica Sicurezza, al suo interno. Il Dipartimento, però, non risponde. “È una questione che spetta alla politica”, fanno sapere fonti interne.

Miceli (Pd): “Aperti al dialogo”
Dal Pd, il deputato Carmelo Miceli fa sapere che sarebbe pronto al dialogo sulla questione: “Se si parla di opportunità di una condivisione di banche dati che possono aggiornare soggetti come le prefetture sulla condizione psicologica dell’individuo, che può essere mutevole nel tempo, anche non appena si è ottenuto il porto d’armi, da parte mia c’è la disponibilità a dialogare. Sul tema delle armi, io dico che la difesa spetta allo Stato. Io non condivido il sistema americano che la affida più al privato. Qualsiasi misura che possa consentire una circolazione delle armi limitata all’uso strettamente sportivo, da parte mia è bene accetta”, dice Miceli al Fatto.it.

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