Si è inventato virologo, quando in piena emergenza Covid dispensava lezioni in Lega calcio ad Agnelli & co. sul virus che si stava ritirando. Poi si è riscoperto “politico” (mancato, coi suoi ripetuti tentativi di candidatura), faceva la spola fra i palazzi del pallone e quelli del potere, sempre attaccato ai suoi numerosi telefonini, per trovare una sponda, un contatto, un intercessione in questo partito o quel ministero. Ha fatto pure il preparatore, stilando tabelle di marcia per i suoi giocatori, convocandoli in ritiro ancora in lockdown, dove si organizzavano partitelle “fuori legge”, per mantenerli al massimo della forma. Povero Claudio Lotito: per tre mesi si è fatto in quattro per far ripartire il campionato. Perché, in cuor suo, sperava di vincerlo. E in due settimane l’ha praticamente già perso.

Se oggi riabbiamo la Serie A, o meglio questa brutta copia della Serie A, lo dobbiamo al n. 1 della Figc, Gabriele Gravina, che non si è mai arreso, e proprio a Lotito, il più intraprendente, preparato, combattivo tra gli sconclusionati patron del calcio italiano. Sono stati i due fautori principali della ripartenza, il primo in FederCalcio ed il secondo in Lega. Per il bene del sistema, che non poteva permettersi di non giocare, che rischiava il collasso senza i soldi dei diritti tv. Certo. Lui, anche per il bene della Lazio, che prima dello stop si stava giocando lo scudetto punto a punto con una Juventus non proprio irresistibile e un gruppo di giocatori in totale trance agonistica. Un miracolo, frutto della competenza e della programmazione, che nella Capitale si verifica una volta ogni trent’anni. Così quando il governo e si è messo di traverso e si è cominciato seriamente a parlare di chiusura e cristallizzazione della classifica, cioè di un lusinghiero ma ordinario secondo posto per i biancocelesti, lui ha fatto le barricate. Quando gli ricapitava un’occasione così?

Per non perderla, Lotito ha combattuto una vera e proprio guerra. Con tutti i mezzi ed i soldati che aveva a disposizione. Ha scatenato il portavoce Diaconale, che non passava giorno senza arringare il popolo biancoceleste, evocando complotti dei poteri forti (tipo il Covid) che volevano privare l’aquila laziale dei successi conquistati, conquistabili sul campo. Ha schierato calciatori, allenatori, persino medici sociali su media e quotidiani, per raccontare quanto fosse un’ingiustizia privarli del pallone, per assicurare urbi et orbi che si poteva tornare in campo in piena sicurezza. A un certo punto ha sguinzagliato pure il direttore Tare, che con la mano sul cuore (e la sciarpa al collo) giurava e spergiurava che la stagione andava finita “per rispetto dei morti di Bergamo”. Un autogol.

Lotito la sua battaglia l’ha vinta. Il campionato è ripreso, il calcio italiano sta provando faticosamente a rilanciarsi, le società incassano e respirano. Anche per merito suo, che quando si mette in testa una cosa quasi sempre la ottiene, e in Lega calcio non ha rivali. Però sta perdendo la partita che gli stava più a cuore, quella sul campo. Aveva calcolato tutto, le mosse dei ministri, la pressione dell’opinione pubblica, persino l’andamento del virus, ma ha commesso un’ingenuità: accecato dai gol di Immobile dagli assist di Luis Alberto, si è dimenticato che battere la Juventus di Cristiano Ronaldo, per la sua Lazio era già un miracolo sportivo. Difficile in condizioni normali, impossibile in quelle del calcio post-Covid, che proprio i fautori della ripartenza hanno voluto. Con partite ogni 72 ore, ritmi serrati e 5 cambi, era chiaro che ad avvantaggiarsene sarebbero stati i più forti. Cioè i bianconeri, che infatti sono a punteggio pieno. Mentre sono bastati tre match tosti, un infortunio e un paio di squalifiche per tarpare le ali alla squadra dell’ottimo Simone Inzaghi. A due settimane dalla ripresa, la Lazio che sognava di vincere lo scudetto è scivolata a -7, e comincia a guardarsi alle spalle. Ma Lotito non si arrende. In fondo, si può sempre congelare la classifica.

Twitter: @lVendemiale

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