Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Cecoslovacchia. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli divisa. Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Aldo Serena cammina lentamente all’interno dell’area di rigore. Le spalle alla porta, lo sguardo basso, gli occhi umidi. Alle sue spalle Sergio Goycochea inizia a correre verso il centrocampo. Il dito al cielo, la bocca aperta in una smorfia, gli occhi spiritati. È la notte del 3 luglio del 1990, i sogni azzurri si sono infranti in semifinale, si sono schiantati contro i guantoni aperti del portiere argentino. Dai televisori di tutta Italia sbuca una frase composta ma imbevuta di rammarico: “Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare”, dice l’inconfondibile voce di Bruno Pizzul. Le Notti Magiche sono finite. Almeno per noi. La squadra di Maradona vola in finale contro la Germania Ovest, gli azzurri si devono consolare con il match per il terzo posto contro l’Inghilterra. Eppure, nonostante la delusione per la mancata vittoria, i Mondiali del ’90 sono diventati un manifesto della nostalgia calcistica. Un sentimento che nessuno meglio di Bruno Pizzul poteva aiutarci a decifrare.

Pizzul, lei si è ritrovato a commentare in diretta la fine del sogno azzurro.

Purtroppo è una cosa che va messa in preventivo, l’idea di una possibile sconfitta è insita nell’idea stessa di sport. Soprattutto in quella che viene chiamata la “lotteria dei rigori”.

Ma come si rimane impassibili davanti a una disfatta Mondiale?

Il coinvolgimento emotivo esiste ed è impossibile azzerarlo, ma molto dipende anche dal modo in cui uno è abituato a vivere il calcio. Mi è stato detto spesso di non farmi coinvolgere troppo durante i calci di rigore, soprattutto quando si perde. Ma se vede i tiri dal dischetto contro l’Olanda durante gli Europei del 2000 credo di essere stato piuttosto partecipe.

Italia 90 non è stato un bel mondiale dal punto di vista del gioco, eppure è entrato nel cuore di tutti. Cosa lo ha reso straordinario?

Il momento in cui è intervenuto. Era una fase eccellente per il calcio italiano, almeno sotto il profilo dei risultati. Nel 1990 il Milan aveva vinto la Coppa dei Campioni, la Juventus la Coppa Uefa battendo la Fiorentina in finale, la Sampdoria aveva alzato la Coppa delle Coppe. Si era creata una predisposizione ad aspettarsi una Nazionale molto forte, anche se non potevamo schierare gli stranieri che erano i pezzi più pregiati delle nostre squadre. Eppure era nata questa aspettativa, gli Azzurri avevano catturato le simpatie della gente.

Merito anche del lavoro di Vicini?

Sì, il commissario tecnico aveva travasato la sua Under 21 nella Nazionale maggiore creando una squadra giovane ma anche bella. Poi abbiamo iniziato a vincere, ogni volta che toccava palla Schillaci la metteva dentro e faceva vedere i suoi occhioni. E non dimentichiamo le prodezze balistiche di Baggio. Via via è cresciuta l’attenzione intorno a questa Nazionale anche se avevamo tanti altri problemi, come il numero degli operai morti durante la costruzione degli stadi. Eppure con l’Italia che vinceva tutto passava in secondo piano.

Baggio era stato appena venduto alla Juventus e a Firenze era scoppiata la guerriglia. La macchina di Schillaci era stata presa a calci. La Nazionale era contestata tutti i giorni. Il cittì ha fatto un lavoro straordinario per tenere unito il gruppo.

Vicini aveva un modo molto particolare di interpretare il ruolo di commissario tecnico della Nazionale. C’era un clima molto familiare, era quasi un fratello maggiore che ascoltava molto i calciatori e provava a metterli a loro agio. Pian piano riuscì a ricomporre quella situazione anche se il nostro calcio era contaminato da tanti fattori di disturbo. Va ricordato che l’enorme attenzione mediatica intorno al Mondiale aveva generato la singolare reazione di un gruppo di uomini che si erano autodefiniti “intellettuali”. Questi si crearono un loro eremo a Capalbio giurando di non seguire neanche un minuto delle partite. Mi risulta però che qualcuno usasse le radioline per sapere cosa faceva la Nazionale.

Cos’è che è andato storto allora?

Nessuno si aspettava di giocare con l’Argentina di Maradona a Napoli. Tutti pensavano che l’Argentina avrebbe vinto il proprio girone e invece fu ripescata fra le terze. Giocò maluccio in quel Mondiale, ma lì a Napoli c’era un clima particolare, la gente inizialmente proprio non riusciva a non tifare per Maradona.

Non è che abbiamo sottovalutato l’Argentina?

Credo che non si possa parlare di sottovalutazione dell’avversario. Non era certo l’Argentina più forte di tutti i tempi, aveva un tipo di gioco speculativo che bloccava gli altri, costringendoli a giocare male. Ma nell’arco di tutto il Mondiale prevalse l’aspetto difensivo. L’Argentina non aveva molti fuoriclasse, ma erano tutti uomini di robusta esperienza.

Troppo facile dire che Schillaci è stato il simbolo di quel Mondiale?

No, in effetti lo è stato. Era abbastanza inatteso e molti hanno storto il naso quando è stato convocato. Eppure appena entra con l’Austria, in una gara che si stava mettendo molto male, segna subito. I suoi occhi sgranati sono diventati celebri e poi ogni palla che toccava riusciva a buttarla dentro. Le notti magiche sono state soprattutto le sue. Il vero fuoriclasse di quella squadra però era Baggio. Ci si aspettava sempre qualcosa di straordinario da lui. E ci ha regalato delle grandi perle come il gol contro la Cecoslovacchia.

Fra il 1989 e il 1990 l’Europa ha cambiato volto. Al Mondiale si respirava questo clima di rinnovamento?

Si intuiva che era alle viste qualcosa di abbastanza vicino nel tempo, qualcosa che poteva cambiare la geografia politica del mondo. Ma non era atteso così a breve termine uno stravolgimento della geopolitica mondiale. Dopo il muro di Berlino cadde tutto il resto, iniziarono a crearsi nuove realtà e questo finì con il coinvolgerci tutti. Diciamo però che noi eravamo piuttosto distratti dal Mondiale.

Italia 90 è stato anche un torneo tecnologico e futuristico. Ha cambiato anche il modo di raccontare il calcio?

Indubbiamente è cambiato anche perché avevamo un apparato tecnico elaborato e ben preparato. La Rai aveva predisposto dei collegamenti notevoli per quell’epoca da tutti i campi. Furono installate più telecamere e i registi iniziarono a utilizzarle tutte per confezionare una good television: stacchi sugli spalti a inquadrare i tifosi, replay in successione. Anche noi dovevamo seguire queste immagini per raccontare le partite nel modo migliore. Durante i Mondiali ci furono tantissimi seminari per registi, telecronisti e operatori. Servivano a fare un punto della situazione e creare una linea guida per le riprese televisive. E da lì in avanti ci si uniformò. Ma ci fu anche un’altra cosa che funzionò alla perfezione.

Ossia?

I collegamenti audio, che rappresentavano un grande passo avanti rispetto al passato. Le immagini sono le stesse per tutto il mondo, mentre l’audio è diverso per ogni nazione. Gestire tutti i collegamenti è molto difficile e anche in qualche Olimpiade ci sono stati dei problemi. Tutto invece funzionò in maniera egregia. Negli Stati Uniti ci sono difficoltà ancora oggi, perché non hanno tecnici preparati. Hanno la cultura del lavoro interinale. Se servono mille persone per un evento assumono mille persone per quell’evento, ma non tutti sono competenti. Qualcuno prima faceva magari il tassista o un altro lavoro e non hanno tempo di prepararsi.

Il suo ricordo più bello di quel Mondiale?

Le cose che mi divertivano di più erano le frequentazioni personali con gli amici. Quando si andava a intervistare la nostra Nazionale c’era un clima di cameratismo che oggi non c’è più. Si giocava a carte, a biliardo, ci si prendeva in giro. Cose che adesso si sono perse. E poi mi piaceva ritrovare vecchie conoscenze, come Bora Milutinović, che all’epoca allenava la Nazionale di Costa Rica. Era un gran personaggio.

Brucia di più il rigore di Serena a Italia ’90 o quello di Baggio a Usa ’94?

Quello di Serena. Baggio avrebbe allungato la nostra agonia, mentre sono sicuro che quello di Serena avrebbe potuto cambiare il Mondiale. Bisogna mettersi il cuore in pace e accettarlo. Anche i Mondiali del 1994 ci hanno lasciato l’amaro in bocca, ma negli Stati Uniti, anche se fra tante giustificazioni, non siamo andati avanti in maniera gloriosa. Siamo stati ripescati, non abbiamo mai giocato bene. Ma va detto che il clima della costa occidentale, dove abbiamo iniziato a giocare noi, era molto peggiore rispetto a quello della California.

Come è cambiato il modo di raccontare le partite in questi anni? Le piace questa esasperata spettacolarizzazione?

I telecronisti di oggi sono tutti bravi e non vorrei fare un’operazione di piaggeria. Di sicuro viviamo in un momento dove è invalsa questa moda di spettacolarizzare tutto per raccontare il calcio. Magari a qualcuno può non piacere. Quando facevamo le prime radiocronache con Carosio, già ci accusavano di essere troppo verbosi, figuriamoci ora con due voci e i bordocampisti. Questo determina la necessità di raccontare la partita in maniera molto enfatica, sempre al di sopra delle righe. È un modo di fare che segue la moda del momento, anche se i tedeschi sono tornati alla telecronaca con una voce sola e l’intervento della seconda voce solo in determinati momenti.

A proposito di Carosio. È vero che le diede il consiglio di farsi vedere con il brandy sempre in mano?

Certo, è successo ai Mondiali messicani. Dopo quel contrattempo personale (venne ingiustamente accusato di aver apostrofato come “negraccio” il guardalinee etiope durante Italia – Israele del 1970, ndr) gli avevano tolto le partite dell’Italia. Lo mandarono a seguire le partite a Guadalajara e mi dissero di andare con lui perché avevano paura che potesse fare qualche sciocchezza. Per me era un mostro sacro. Andai a parlare con lui e mi accolse molto benignamente. Mi chiese: ‘Ma davvero vuoi fare questo mestiere?’. Io risposi: ‘Voglio provarci’. Lui mi guardò e mi disse: ‘Non ti do un consiglio tecnico, ma quando sei in pubblico fatti vedere con un bicchiere di vino o brandy in mano. Almeno, quando dirai una fesseria potrai dire che era colpa dell’alcool’.

C’è una partita che avrebbe voluto raccontare?

Una partita in cui l’Italia vincesse il Mondiale. Mi sento di avere una lacuna per non esserci riuscito. Il periodo della mia carriera in Rai che mi ha divertito di più è stato quello fra il 1970 e il 1986, quando non facevo ancora la telecronache della Nazionale. Visto che ero stato designato come l’erede di Martellini avevo il diritto di scelta fra le migliori partite delle altre nazionali. Ho visto dei match incredibili.

Che effetto le fa il calcio a porte chiuse ai tempi del Covid?

Si sa che giocare a porte chiuse comporta il mettere in atto una scena in cui manca uno dei protagonisti principali. Il calcio di vertice senza il corredo delle tribune piene sembra strettamente imparentato con un’amichevole. Il risultato conta, ma anche i calciatori sembrano faticare nell’immergersi nel loro ruolo. È un po’ quello che succede agli attori. Con il teatro vuoto si può comunque fare una buona recita, ma non è la stessa cosa.

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