Lucrezia Savino, 27 anni, fa l’A&R nel gruppo editoriale Universal Music Publishing Ricordi. Lavora con i più importanti artisti della nuova scena musicale italiana, suona il sassofono, aveva, anzi, ha una viscerale passione per il maestro Morricone. Questa è la storia di come una giovane ragazza che ha spesso Kendrick Lamar in cuffia ha conosciuto Ennio. Una piccola ‘Nuovo cinema paradiso’ dove al posto del cinema c’è la musica. Una storia di un’amicizia in punta di piedi.
Claudia Rossi

A Lucrezia, con l’augurio più sentito per una grande vita. Ennio Morricone, Roma 3 aprile 2014”. È la dedica che il Maestro mi ha scritto su un libro il primo giorno in cui ci siamo incontrati a casa sua, in centro a Roma. Ricordo ancora quel pianoforte a coda in salotto, il più grande che io abbia mai visto. “Ti regalo questo libro – mi disse – magari può servirti per la tua tesi. Quanti anni hai detto di avere?” “21”, risposi. E lui mi sorrise e proseguì “Sei giovanissima! Potresti essere mia nipote!”.

Ma la verità è che non ero sua nipote, e a dirla tutta non ero proprio nessuno se non una comune studentessa di Lettere Moderne appassionata di musica. Una studentessa che voleva scrivere la sua tesi di laurea sul ruolo della colonna sonora nei film. Eppure, il Maestro Morricone alla fine mi ha trattata da nipote, sì, a dimostrazione del fatto che i più grandi sono anche i più umili e sinceramente non so se alla fine la mia sarà una grande vita come mi ha augurato, ma di sicuro che che averlo incontrato me l’ha cambiata, la vita.

Ai tempi stavo scrivendo la mia tesi di laurea triennale in Storia della musica e un’intervista a Ennio Morricone da inserire all’interno del mio progetto sembrava un sogno irrealizzabile. Invece, se è vero che crederci tanto aiuta a far accadere le cose, è successo. Sono riuscita ad avere il suo numero di fax (il fax!) e gli ho scritto parlandogli del mio progetto di tesi e del fatto che mi sarebbe piaciuto tantissimo intervistarlo. Ovviamente ero convinta che non mi avrebbe mai risposto – era il 2014, chi poteva leggere ancora dei fax così lunghi soprattutto se da parte di gente sconosciuta? – e invece una settimana dopo il Maestro mi ha telefonato invitandomi a Roma a casa sua per poterci conoscere di persona.

Ricordo davvero con piacere quel giorno. Non appena arrivai mi disse “Facciamo presto perché dopo ho degli impegni e vorrei farle fare un buon lavoro”. Ma poi in realtà in quella casa ci rimasi fino a orario di cena e quando lui riceveva altri ospiti andavo in cucina con la signora Maria, sua moglie, che mi accolse come fossi una di famiglia.

Quel pomeriggio con il Maestro parlammo di tutto, mi spiegò – citando l’intervista che ho inserito nella mia tesi – come la musica nasca “da un altrove non bene identificato”, come nei film “aiuta a rendere evidente quello che si dice, quello che si vede e quello che non è espresso esplicitamente nell’opera cinematografica”, come “gli archi siano l’anima dell’orchestra” o come sia importante scrivere la musica prima delle riprese del film affinché il registra comprenda del tutto le intenzioni del compositore. Fu una giornata incredibile. A fine intervista il Maestro mi chiese cosa volessi fare da grande e risposi che volevo lavorare in una casa discografica. Sorrise e mi disse: “Signorina la musica è una cosa seria, ma lei mi sembra determinata”.

Mesi dopo tornai più volte a casa sua a Roma sia per farmi correggere la tesi (correzioni a penna!) sia post-laurea, per consegnargli una copia del mio lavoro. E qualche anno fa sono ritornata a trovare il Maestro Morricone perché anche per la mia tesi magistrale sulla canzone italiana ho voluto una sua intervista. Oltre che per il cinema, infatti, Ennio Morricone ha lavorato nel campo della musica leggera radiotelevisiva ed è sempre riuscito a far conciliare la richiesta del committente (spesso il più commerciale possibile) con la salvaguardia di un prodotto artistico di grande valore e dal tocco personale. Perché sì, si può parlare di un “tocco morriconiano”, ovvero di una musica che avanza motu proprio, di una musica che si svincola dalle retoriche e dalle costrizioni funzionali e che non soggiace, ma che si presta ai vari contesti.

Una musica, insomma, che s’ispira a un solo modello: il proprio. “La canzone italiana può essere molto interessante se fatta con intelligenza e con l’intento di porla a un pubblico più vasto possibile senza essere mai banale. Sembra tutto semplice, ma non lo è” mi disse. Emozionare più gente possibile è infatti una delle cose più difficili in assoluto da fare per un artista. Lui ci è riuscito, ha portato alto il nome della musica italiana anche all’estero, osando molto e sperimentando in alcuni casi anche la dissonanza, risultando sempre mai banale.

Io, alla fine, ci sono riuscita ad arrivare in una casa discografica e se sono così convinta di voler fare questo lavoro nella vita in parte è stato grazie all’incontro che ho avuto con il Maestro, alla passione che mi ha trasmesso e agli insegnamenti che mi ha dato. Mi ha aperto la mente, mi ha educato a “vedere la musica” da più prospettive e gli sarò grata per sempre.

Alla mia domanda sul rapporto tra il silenzio e la melodia, lui rispose che “la musica è la pausa del silenzio. Quando attacco un brano, questo è la pausa di quello che prima era nulla e dopo sarà nulla”. Beh caro mio Maestro, da adesso in poi ci sarà solo il silenzio e sarà assordante.

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