Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Cecoslovacchia. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli divisa. Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

“Miodrag Belodedici è scomparso”. Napoli, fine maggio 1990: la nazionale di calcio della Romania è appena arrivata in Italia per i mondiali. Ci sono tanti giocatori interessanti e qualcuno che di lì a qualche giorno il mondo avrebbe conosciuto come fuoriclasse. Ma Belodedici, libero considerato secondo solo a Franco Baresi, non c’è. “Scomparso”, dicono i dirigenti rumeni senza troppa enfasi: solo pochi mesi prima, a dicembre, in Romania c’era stata la rivoluzione, Nicolae Ceaușescu e la moglie Elena erano stati “processati” e uccisi, ma le tensioni a Bucarest erano ancora forti. E quel libero fortissimo, elegante, già campione d’Europa con la Steaua, dalla Romania era già “scomparso” due anni prima. Miodrag, che guida la difesa come un veterano pur avendo solo 22 anni fermando nella finale di Siviglia il Barcellona assieme al collega e portiere Duckadam, regalando la Coppa dei Campioni alla Steaua, era amatissimo dai tifosi ma non dal regime, e lui ricambia.

È di papà serbo, Belodedici, e a Belgrado guarda quando decide che di Ceaușescu e del regime ne ha abbastanza e che deve scappare. Come? Le versioni sono due: quella ufficiale, che lo vede entrare in Jugoslavia in auto e quella romantica, con Miodrag che passa dal comando della difesa a quello di una zattera in mezzo al Danubio, in piena notte e arrivare in autostop fino a quella che diventerà la capitale della Serbia. Quella della zattera però è una versione bocciata da Damiano Benzoni, giornalista di One Football ed esperto di calcio rumeno: “Belodedici ha chiarito che arrivò in Serbia in auto con la madre, peraltro il regime aveva mangiato la foglia con Valentin Ceaușescu che voleva fornire un autista, che altro non era che un membro della Securitate (il servizio segreto della Romania comunista, ndr). Fu la sorella di Miodrag che attraversò il Danubio. Quella della zattera è una leggenda come tante sul calcio rumeno, come l’incidente di Duckadam d’altronde”. Il portiere eroe di Siviglia, si racconta, smise di parare dopo aver vinto la Champions, secondo alcuni perché rifiutò di consegnare la Mercedes regalatagli dal presidente del Real Madrid come omaggio per aver sconfitto il Barcellona, a Valentin Ceaușescu, che gli fece spezzare le mani. Una versione però smentita dallo stesso portiere, che attribuisce lo stop a una trombosi.

Tornando a Belodedici, auto o zattera, a Belgrado il difensore ci arriva e qui si presenta a Dragan Dzajic, plenipotenziario della Stella Rossa e grossomodo gli dice: “Ciao, sono Belodedici, sono scappato, mi fai giocare per la tua squadra?”. Dzajic penserà di avere le traveggole, il presidente Mijailovic pure: ma alla fine ovviamente lo prendono. La Steaua però ostacola il trasferimento, facendo sparire i documenti del contratto di Belodedici, mentre il regime lo condanna a 10 anni per diserzione. Ma interverrà l’Uefa prima minacciando la Steaua dell’esclusione dalle coppe europee e poi mediando tra i due club: Belodedici può firmare per la Stella Rossa, ma sarà squalificato sei mesi.

Naturalmente, con una condanna a 10 anni sulle spalle, Miodrag deve abbandonare la maglia della nazionale proprio mentre la Romania è leader del suo girone e ha ottime possibilità di qualificarsi ai mondiali, dove mancava dal 1970. E a qualificazione ottenuta e regime caduto qualcuno in Romania ci pensa: “Possiamo far bella figura in Italia, con Belodedici in difesa anche di più”. E Miodrag dal canto suo ci sta: “Amo la Romania, mi farebbe piacere giocare al mondiale”. C’è un dettaglio però: per giocare deve ritirare il passaporto in consolato. Cosa che non farà mai perché dalla Stella Rossa lo bloccano: “Hai una condanna per diserzione addosso, dove vai?”. Non si sognavano neppure, avendo ambizioni di trionfi europei, che effettivamente sarebbero arrivati di lì a poco, di perdere il loro miglior difensore per qualche anno.

“In effetti – ricorda Benzoni – quella condanna non era mai stata dichiarata esecutiva, era stata solo annunciata. Però la paura c’era, lo stesso commissario tecnico Jenei, anni dopo, in merito ai due “fuggiaschi” Raducanu e Belodedici, dirà che non se la sentì di far rischiare l’arresto al primo, mentre per il difensore aveva ricevuto rassicurazioni che non l’avrebbero arrestato, col difensore che inizialmente accettò per poi desistere per paura”. Quei mondiali, in cui il mondo conobbe Lacatus, Popescu, Petrescu, Raducioiu, non furono i mondiali di Belodedici: la Romania fece bene, fermandosi agli ottavi dove venne sconfitte dall’Eire ai calci di rigore. Miodrag tornerà al comando della sua difesa nel 1992, per giocare finalmente due anni più tardi il mondiale che tanto desiderava. Sarà il migliore della Romania, che agli ottavi eliminerà l’Argentina di Batistuta e si fermerà ai quarti, ancora ai rigori, contro la Svezia. L’errore decisivo dal dischetto? Di Belodedici.

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