Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Cecoslovacchia. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli divisa. Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Sul dischetto, per il quinto rigore della Romania, c’è Daniel Timofte. È un giovane centrocampista di 23 anni e gioca con la Dinamo Bucarest, la squadra con cui, l’anno successivo, vincerà il titolo rumeno. Ha di fronte a sé Pat Bonner, portiere dell’Irlanda e del Celtic Glasgow. Il portiere, quattro anni dopo, sarà protagonista insieme a David Platt della copertina di FIFA 94 (primo numero della serie). Finora tutti i tiri dagli undici metri sono andati a segno. Siamo al momento cruciale. Per entrambe le squadre, in palio, ci sono i primi quarti iridati nella storia.

I tempi regolamentari sono terminati sullo zero a zero senza grandi emozioni. La diligente tattica degli irlandesi è riuscita ad arginare la tecnica dei rumeni. Non una cosa di poco conto, dal momento che la Romania può contare su giocatori come Balint, Lacatus, Popescu e, sopratutto, Gheorghe Hagi. Tutti giocatori che hanno contribuito a rendere il calcio rumeno uno dei migliori d’Europa in quel periodo. Nelle ultime cinque edizioni della Coppa Campioni, la Steaua Bucarest è arrivata in finale per ben due volte: vittoria contro il Barcellona nel 1986 e sconfitta contro il Milan nel 1989 (più un successo nella Supercoppa Europea 1986). Inoltre, la Romania è uscita indenne da uno dei gironi più duri di Italia 90. Quello B, con Unione Sovietica, l’Argentina di Maradona e la sorpresa Camerun.

Ma anche l’Irlanda arriva a quell’appuntamento storico con delle certezze importanti. Non ha vinto una partita nel girone, ha segnato appena due reti ma ha fatto quasi fuori l’Olanda campione d’Europa in carica, qualificandosi seconda dietro all’Inghilterra (gli olandesi approderanno agli ottavi solo come una delle migliori terze classificate). Dopo aver esordito in un Europeo due anni prima in Germania, gli irlandesi hanno conquistato anche la loro prima partecipazione in un mondiale. In entrambe le rassegne, l’esordio assoluto dei “ragazzi in verde” è stato celebrato contro l’Inghilterra. Se in Italia è arrivato un pareggio per uno a uno (Lineker e Sheedy), nel 1988 gli irlandesi sono stati capaci di battere la nazionale dei “tre leoni”, con una rete Ray Houghton.

Gli irlandesi, poi, sono imbattuti in campo internazionale da più di un anno e mezzo. Esattamente, dal novembre 1988: 2-0 per la Spagna a Siviglia nel Gruppo 6 delle qualificazioni. A guidarli in panchina siede Jack Charlton, un inglese. Ma non un inglese qualsiasi. È stato uno dei giocatori che hanno reso grande il Leeds United di Don Revie a cavallo degli anni ’60 e ’70. Inoltre è il fratello di Bobby Charlton, perno dell’Inghilterra iridata del 1966 e bandiera storica del Manchester United. Dopo esserlo stata storicamente in campo politico – in particolare nel Novecento, con la guerra d’indipendenza tra il 1919 e il 1921, l’uscita dal Commonwealth nel 1949 e le tensioni in Nord Irlanda – l’influenza inglese si intreccia con la storia irlandese anche in ambito calcistico.

Dopo il pari contro l’Inghilterra, gli uomini di Charlton sono stati bloccati sullo zero a zero dall’Egitto, di nuovo in un mondiale dopo 56 anni. La partita contro l’Olanda risulta così decisiva. Gli Oranje si sono presentati con un Van Basten ben lontano dalla sua migliore condizione. Alla rete del vantaggio però ci pensa Gullit dopo appena dieci minuti. Per l’Irlanda il passaggio del turno diventa improvvisamente incerto. Fino al minuto 70. La palla rinviata da Bonner arriva direttamente in area di rigore olandese. Deviata al volo da Van Aerle la sfera si dirige verso la porta di Van Breukelen. Il portiere olandese si tuffa per evitare il calcio d’angolo, ma il pallone sfugge dalle sue mani. Quinn ne approfitta e segna a porta vuota la rete che vale gli ottavi, costringendo l’Olanda ad affrontare la Germania Ovest.

È il 25 giugno a Genova e il rumeno Timofte è pronto. La tensione è al culmine. La sua rincorsa è incerta, così come il tiro debole e poco angolato che parte dal suo destro. Bonner intuisce e para. L’Irlanda è a un passo dal suo primo quarto di finale. Tocca a O’Leary. È subentrato a Staunton nei supplementari e adesso si ritrova sui piedi la palla della vittoria. George Hamilton, commentatore della RTE (la rete televisiva nazionale irlandese) accompagna la ricorsa del difensore pronunciando una frase divenuta poi un simbolo per il calcio irlandese: “The Nation holds its breath”. Sedici anni dopo quelle stesse parole saranno utilizzate dall’autore Eoghan Corry per il titolo del suo libro sul calcio. Palla a destra e Silviu Lung a sinistra. L’Irlanda è ai quarti di finale. Ancora oggi il miglior risultato in un mondiale. Il premio è la sfida di Roma contro l’Italia. Il 30 giugno una rete di Schillaci, propiziata da una mezza papera di Bonner su tiro di Donadoni, interrompere la corsa dei ragazzi di Charlton. Contro i padroni di casa finisce uno a zero. L’Irlanda è comunque tra le migliori otto al mondo. E per riuscirci non hanno avuto bisogno nemmeno di una vittoria.

Twitter: @giacomocorsetti

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