“Sul tema dei gay, come Chiesa dobbiamo fare ancora tanti passi in avanti. È necessario trovare quello che abbiamo in comune”. Don Mauro Leonardi, giornalista e scrittore intervistato da ilfattoquotidiano.it, in un suo libro appena uscito intitolato Le religioni spiegate ai giovani. Convivenza e dialogo nella diversità (Diarkos), presentato sulle colonne de L’Osservatore Romano, scrive: “Ciascuno di noi ha bisogno di definire la propria diversità, dal momento che la nostra identità viene definita in quanto differente da quella degli altri. La relazione è possibile solo fra diversi”. Parole che arrivano nel momento in cui in Italia infiamma il dibattito sulle proposte di legge contro l’omofobia all’esame presso la Commissione Giustizia della Camera. Proposte che hanno registrato la ferma opposizione da parte della Conferenza episcopale italiana.

Don Leonardi, in che senso “la relazione è possibile solo fra diversi”?
Significa che noi siamo in una società multireligiosa, multirazziale e con molteplici convincimenti anche rispetto agli aspetti etici. Al momento il dialogo su questi aspetti etici molte volte non è possibile. Cioè io non posso parlare con Vladmir Luxuria chiedendole se l’omosessualità è buona o cattiva. Come non posso parlare con un musulmano chiedendogli di essere d’accordo con me sul fatto che Maometto è profeta e non cita Gesù Cristo. Esistono dei dogmi interni alle diverse religioni e alle diverse società. Noi dobbiamo trovare la interreligiosità come la interculturalità, ovvero quegli spazi in cui è possibile fare del bene assieme. L’esempio per me è quello di Papa Francesco con Marco Pannella. O con Emma Bonino. È chiaro che non possono essere d’accordo sull’aborto, però sul tema delle carceri sì, su come far crescere la dignità dei detenuti o sugli emigranti sì. Questa è la interculturalità o la interreligiosità. È chiaro poi che noi ci definiamo in merito alle diversità. Una volta detto che non è tutto uguale e che noi siamo persone diverse, partiamo da queste diversità per fare il bene comune che possiamo fare assieme.

In Italia è abbastanza acceso il dibattito sull’omofobia. Cosa ne pensa?
Credo che il problema reale sia che tipo di accoglienza questo linguaggio trova nella nostra società. Penso che l’importante sia parlare non solo ai cattolici, ma all’intero Paese. A tutti coloro che hanno sensibilità diverse. Vivendo in una società multireligiosa, multirazziale, multietnica e con molti convincimenti dal punto di vista etico, prendendo esempio da Papa Francesco, si tratta di seguire la legge che abbiamo tutti nel cuore di fare il bene e non fare il male. Ma non tutti pensiamo che il bene è lo stesso e che il male è lo stesso. Abbiamo idee diverse su cosa è bene e su cosa è male. Per esempio Marco Pannella pensava che fosse un bene legalizzare l’aborto. Papa Francesco non pensa questo. Però è impossibile che non ci siano una zona di bene e una zona di male sovrapponibili per tutti noi. Allora noi dobbiamo cercare quella zona di bene.

“Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Queste parole di Bergoglio fecero scalpore. In questi sette anni di pontificato c’è stata una presa di consapevolezza all’interno della Chiesa di ciò che disse il Papa?
Secondo me sul tema dei gay come Chiesa dobbiamo fare ancora tanti passi in avanti. Io rimasi molto colpito quando il Papa raccontò dell’incontro che aveva avuto a Casa Santa Marta col trans spagnolo e la sua compagna. Rimasi colpito dal fatto che Francesco usò il lui e il lei rispettando la transizione. Il Papa disse che era una lei che però era diventato un lui. Noi dobbiamo avere questo tipo di delicatezza. Se una persona che ha sesso biologico maschile dice di essere una donna e mi si pone come lei, nel dialogare con lei devo accogliere il lei. Questo è costruire degli spazi di libertà all’interno della società.

Il cardinale di Bologna, Matteo Maria Zuppi, ha affermato che per i gay “non c’è bisogno di una pastorale specifica. C’è bisogno di uno specifico sguardo sulle persone, su ogni persona prima delle categorie”. È d’accordo?
Sono parole che sottoscrivo totalmente. Quando parlo con una persona non è che lei si presenta dicendomi: “Io sono eterosessuale”. Mi dice il nome e basta. Il resto non mi interessa. Dobbiamo partire dalla persona. Ma nella persona l’orientamento sessuale è una delle componenti. Io devo cercare di accogliere quella persona con tutta la sua storia, con tutta la sua identità, così come è. È chiaro che ci sono degli aspetti di distinzione della dottrina cattolica rispetto a certe posizioni nel mondo Lgbt, ma si tratta di trovare quello che abbiamo in comune, per esempio il diritto di tutti a coltivare la propria fede e le proprie convinzioni religiose. Dobbiamo trovare gli spazi nei quali costruire assieme il bene. Non si tratta di dialogare sul dogma interno di ogni religione, ma si tratta invece di riflettere sul bene della relazione tra persone diverse, tra persone che hanno convincimenti diversi.

Pensa che nella Chiesa italiana ci sia ancora una discriminazione verso il mondo omosessuale?
Io vedo che all’interno della Chiesa italiana ci sono moltissime persone che stanno facendo un grande cammino di integrazione. Poi è chiaro che ci sono posizioni più avanzate. C’è chi cammina più velocemente e chi, invece, più lentamente. Come succede per tutte le cose. Come succede addirittura per la riforma liturgica o anche sui divorziati risposati.

Conosce persone gay emarginate dalla Chiesa?
Conosco storie di tutti e due i tipi. Conosco storie di persone che si sono sentite emarginate dalla Chiesa e storie di persone che si sono sentite accolte. Conosco storie di genitori che hanno figli omosessuali e che si sono sentiti aiutati dalla Chiesa nello stare vicini ai loro figli e, invece, genitori che si sono sentiti ostacolati. Esistono molte realtà ecclesiali diverse da questo punto di vista.

Twitter: @FrancescoGrana

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